La Terra viva sotto i nostri piedi
Camminiamo, costruiamo città, tracciamo strade e programmiamo il futuro come se il terreno sotto i nostri piedi fosse una superficie immobile. In realtà, quella stabilità è soltanto un'illusione legata alla nostra scala temporale. La Terra è un pianeta dinamico. Le placche tettoniche si muovono continuamente, generalmente di pochi centimetri all'anno, accumulando deformazioni lungo i loro margini. Quando le tensioni superano la resistenza delle rocce, una faglia può rompersi e liberare in pochi secondi o minuti un'enorme quantità di energia.
Tre terremoti, molto diversi per magnitudo e conseguenze, permettono di comprendere quanto possa essere potente e complesso questo sistema.
Valdivia, 22 maggio 1960: la forza della Terra
Alle 19:11:20 UTC del 22 maggio 1960, il Cile meridionale fu colpito dal terremoto più forte mai registrato strumentalmente: magnitudo momento Mw 9,5 secondo l'USGS. L'evento interessò la zona di subduzione dove la placca di Nazca sprofonda sotto la placca sudamericana. La zona di rottura si estese per circa 1.000 chilometri. La dimensione dell'evento fu tale da produrre non soltanto effetti devastanti sulla terraferma, ma anche un grande tsunami. Le onde si propagarono attraverso il Pacifico, raggiungendo Hawaii, Giappone e altre aree dell'oceano. L'USGS documenta 61 vittime alle Hawaii, 138 in Giappone e ulteriori vittime nelle Filippine, oltre alle vittime in Cile. Per il bilancio complessivo è importante evitare una falsa precisione. L'USGS riporta circa 1.655 vittime, includendo anche quelle provocate dallo tsunami fuori dal Cile, ma segnala che nel corso degli anni sono state formulate stime superiori. Il terremoto di Valdivia rappresenta in modo spettacolare la dimensione fisica della tettonica: una gigantesca superficie di crosta terrestre che si rompe e scivola, trasformando improvvisamente una deformazione accumulata nel tempo in movimento.
Sumatra, 26 dicembre 2004: quando il terremoto attraversa l'oceano
Il 26 dicembre 2004, alle 00:58:53 UTC, un terremoto di magnitudo Mw 9,1 colpì il margine di subduzione al largo di Sumatra. Secondo l'USGS, l'evento avvenne lungo l'interfaccia tra la placca dell'India e la microplacca di Burma, parte del sistema della placca della Sunda. La rottura interessò un'area enorme e il movimento verticale del fondale marino spostò la colonna d'acqua sovrastante, generando lo tsunami che devastò le coste dell'Oceano Indiano. L'USGS stima che il terremoto e lo tsunami abbiano provocato oltre 283.000 morti, con più di 14.000 persone ancora risultate disperse nelle statistiche utilizzate dall'agenzia. Lo tsunami raggiunse numerosi Paesi dell'Asia meridionale e dell'Africa orientale. L'evento ebbe conseguenze misurabili anche sulla dinamica del pianeta. Secondo i calcoli della NASA/JPL, il terremoto modificò leggermente la distribuzione delle masse terrestri, determinando una riduzione della durata del giorno di circa 2,68 microsecondi. La NASA stimò inoltre uno spostamento di circa 2,5 centimetri del polo nord medio (mean North Pole). È importante, però, descrivere correttamente questo fenomeno: non significa che l'asse terrestre abbia "cambiato posizione" di 2,5 centimetri nel senso comunemente attribuito all'espressione. Si tratta di una variazione del moto polare e della distribuzione delle masse della Terra, estremamente piccola ma fisicamente misurabile. Il terremoto di Sumatra mostra quindi una caratteristica fondamentale del nostro pianeta: un processo iniziato lungo una zona di subduzione può produrre effetti che si propagano per migliaia di chilometri e lasciare persino una piccolissima impronta nei parametri della rotazione terrestre.
Kantō, 1 settembre 1923: quando la vulnerabilità amplifica il terremoto
Alle 11:58 del 1° settembre 1923, la regione del Kantō fu colpita da un terremoto di magnitudo 7,9. Il rapporto ufficiale del Governo giapponese descrive l'evento come un terremoto di margine di placca legato alla Fossa di Sagami, con effetti estesi su gran parte della regione. Il bilancio fu drammatico: 105.385 morti e 293.387 edifici completamente distrutti, bruciati o trascinati via. In questo caso la magnitudo, pur molto inferiore a quella di Valdivia e Sumatra, non racconta da sola la dimensione della catastrofe. L'orario ebbe un ruolo importante. Era quasi mezzogiorno e in molte abitazioni erano in corso le attività legate alla preparazione del pranzo. Le scosse provocarono numerosi incendi, che si diffusero rapidamente nella città e nelle aree circostanti. Secondo le ricostruzioni ufficiali del Governo giapponese, circa il 90% delle vittime fu causato dagli incendi. Ma il Kantō non fu soltanto una catastrofe da incendio. Il terremoto produsse anche crolli, frane, liquefazione del terreno e tsunami. Il quadro complessivo dimostra quanto sia riduttivo valutare un terremoto esclusivamente attraverso la sua magnitudo. È l'esempio più evidente di come pericolosità naturale, esposizione e vulnerabilità possano combinarsi e trasformare un fenomeno geologico in una catastrofe.
Valdivia, Sumatra e Kantō raccontano tre aspetti diversi dello stesso pianeta. Il primo mostra la forza della tettonica: una gigantesca zona di subduzione può rompersi lungo centinaia di chilometri e liberare un'energia enorme. Il secondo mostra l'interconnessione del sistema terrestre: un terremoto sottomarino può generare uno tsunami capace di attraversare un intero oceano e produrre, contemporaneamente, variazioni infinitesimali ma misurabili nei parametri della rotazione terrestre. Il terzo mostra invece la vulnerabilità delle società: un terremoto non deve necessariamente essere il più potente mai registrato per provocare una catastrofe immane. È questa, forse, la lezione più importante. La magnitudo descrive la dimensione dell'evento sismico, ma non determina da sola il numero delle vittime o l'entità dei danni. Contano anche la profondità e la distanza dalla sorgente, le caratteristiche del terreno, la qualità degli edifici, la densità abitativa, le infrastrutture presenti e la capacità di prevenzione e risposta.
Quello che chiamiamo "terraferma" è la superficie di un pianeta in continua evoluzione, modellato da processi che spesso si muovono così lentamente da essere invisibili nella nostra vita quotidiana. Ma, occasionalmente, questi processi diventano improvvisamente percepibili nell'arco di pochi secondi. Non possiamo impedire a una faglia di muoversi. Possiamo però conoscere meglio il territorio, costruire in modo più sicuro, pianificare e ridurre la nostra vulnerabilità.
Fonti
- United States Geological Survey (USGS) – Great Chilean Earthquake, 1960.
- United States Geological Survey (USGS) – Sumatra-Andaman Earthquake and tsunami, 2004.
- NASA / Jet Propulsion Laboratory (JPL) – effetti del terremoto di Sumatra sulla rotazione terrestre.
- Cabinet Office, Government of Japan – rapporto ufficiale sul Grande terremoto del Kantō del 1923.
- Cabinet Office, Government of Japan – Disaster Management White Paper – analisi delle vittime e degli effetti degli incendi nel Kantō.

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