Incendio ad Airola: geologia e venti

Il vasto incendio sviluppatosi nell’area PIP di Airola ha prodotto una densa colonna di fumo nero, riportando al centro dell’attenzione il tema della dispersione degli inquinanti derivanti dalla combustione di rifiuti. L’evento assume particolare interesse in un territorio come la Valle Caudina, caratterizzato da una morfologia valliva complessa, nella quale le condizioni meteorologiche locali possono influenzare significativamente il movimento degli inquinanti negli strati più prossimi al suolo.


Immagine puramente dimostrariva 

È importante, tuttavia, distinguere tra il rischio potenziale associato a un incendio di questo tipo e la contaminazione effettivamente determinata dall’evento. La presenza di una nube scura e persistente indica una combustione caratterizzata da un'elevata produzione di particolato e prodotti della combustione, ma non consente, da sola, di stabilire quali concentrazioni di specifici contaminanti siano state raggiunte nell’atmosfera o successivamente depositate al suolo.

Nel caso di Airola, ARPAC ha avviato il monitoraggio degli inquinanti, includendo la ricerca di diossine e furani (PCDD/PCDF) e dei policlorobifenili diossina-simili. Il campionamento atmosferico è stato impostato tenendo conto della direzione della colonna di fumo osservata durante l’intervento, mentre sono stati predisposti ulteriori sistemi di monitoraggio per altri composti e per la qualità dell’aria. I risultati analitici saranno quindi fondamentali per comprendere l’effettiva entità dell’impatto ambientale.

La ricerca delle diossine è particolarmente importante negli incendi che coinvolgono materiali eterogenei. La combustione di plastiche, carta, materiali organici e altre matrici può infatti produrre, in condizioni non ottimali, numerosi sottoprodotti indesiderati. Tra questi possono essere presenti PCDD/PCDF, composti organici persistenti che possono associarsi al particolato e, una volta dispersi nell’ambiente, raggiungere differenti matrici ambientali.

Il colore nero del fumo non deve però essere interpretato come una misura della concentrazione di diossine. Il particolato carbonioso costituisce certamente una componente importante del pennacchio, ma la presenza e la quantità dei microinquinanti devono essere determinate attraverso analisi specifiche. È quindi tecnicamente scorretto dedurre dal solo aspetto della nube l’esistenza di un determinato livello di contaminazione.

Un secondo elemento fondamentale è rappresentato dalla meteorologia. La Valle Caudina è delimitata da importanti rilievi montuosi e presenta una configurazione che può condizionare la circolazione atmosferica locale. In presenza di venti deboli, condizioni di elevata stabilità atmosferica o particolari configurazioni di brezza, la dispersione degli inquinanti può risultare differente rispetto a quella che si avrebbe in condizioni di maggiore ventilazione e turbolenza.

La conformazione della valle, tuttavia, non permette di stabilire automaticamente la traiettoria del pennacchio. Non è sufficiente conoscere la posizione dell’incendio: per ricostruire la reale dispersione occorre considerare, nell’intervallo temporale interessato dall’emissione, direzione e velocità del vento, stabilità atmosferica, temperatura, altezza raggiunta dal pennacchio e caratteristiche della turbolenza. Anche eventuali inversioni termiche possono ridurre la capacità dispersiva degli strati atmosferici più bassi, favorendo una maggiore permanenza degli inquinanti vicino al suolo.

Particolare attenzione merita inoltre la fase successiva alla dispersione atmosferica. Una parte degli inquinanti associati al particolato può depositarsi sulle superfici attraverso deposizione secca o mediante precipitazioni. Nel caso delle diossine, la persistenza ambientale rende importante verificare non soltanto l’aria, ma, quando necessario, anche le matrici che possono essere interessate dalla deposizione, come suolo, vegetazione e prodotti agricoli.

È proprio su questo punto che il monitoraggio assume un ruolo decisivo. La semplice presenza di un incendio non significa automaticamente che un determinato territorio agricolo sia contaminato; allo stesso modo, l’assenza di valori anomali nell’aria in un determinato momento non esclude necessariamente la necessità di ulteriori verifiche. La valutazione deve essere costruita attraverso una sequenza di misure coerenti con la dinamica dell’evento e con le aree potenzialmente interessate.

L’incendio di Airola rappresenta quindi un caso nel quale geologia, geomorfologia, meteorologia e chimica ambientale devono essere considerate insieme. La morfologia della Valle Caudina può influenzare la circolazione locale, ma saranno soprattutto i dati meteorologici registrati durante l’incendio e i risultati dei campionamenti ambientali a consentire di ricostruire la reale traiettoria del pennacchio e l’eventuale distribuzione delle ricadute.

In questa fase, dunque, è fondamentale evitare sia allarmismi sia sottovalutazioni. Le misure precauzionali adottate dalle autorità nelle aree interessate dai fumi sono coerenti con la necessità di ridurre l’esposizione durante l’emergenza. Parallelamente, gli accertamenti analitici permetteranno di stabilire se e in quale misura l’incendio abbia determinato un impatto sulle diverse matrici ambientali.

La vera fotografia dell’emergenza non sarà quindi rappresentata dal colore della nube, dalla sua dimensione o dalla distanza alla quale è stata osservata, ma dai dati. Saranno questi a permettere di trasformare una percezione visiva dell’evento in una valutazione scientifica della sua effettiva rilevanza ambientale.


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