Materie prime critiche e attività mineraria in Italia: il Programma Nazionale di Esplorazione e il caso della Campania
L’Italia sta tornando a occuparsi in modo sistematico
del proprio patrimonio minerario. Non si tratta, tuttavia, di una riapertura
generalizzata delle miniere né di un programma che autorizzi automaticamente
nuove attività estrattive. È in corso, piuttosto, una nuova fase di conoscenza
geologica e mineraria del sottosuolo nazionale, finalizzata a individuare e
caratterizzare le aree che potrebbero presentare potenzialità per le materie
prime critiche e strategiche richieste dalle filiere energetiche, digitali e
industriali. Il quadro normativo deriva principalmente dal Regolamento (UE)
2024/1252, noto come Critical Raw Materials Act, e dalla normativa
nazionale adottata per darvi attuazione, a partire dal Decreto-Legge 25 giugno
2024, n. 84, convertito, con modificazioni, dalla Legge 8 agosto 2024, n. 115. Il
regolamento europeo prevede che gli Stati membri elaborino programmi nazionali
di esplorazione generale rivolti alle materie prime critiche e ai minerali che
le contengono, comprendenti, tra le altre attività, cartografia, campagne
geochimiche, indagini geofisiche e rielaborazione dei dati geoscientifici
esistenti.
Il Programma Nazionale di Esplorazione (PNE) è oggi il principale programma pubblico italiano di rilancio della ricerca mineraria di base. Il programma è stato approvato dal Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica (CITE) e la realizzazione è stata affidata dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) al Servizio Geologico d’Italia di ISPRA. Il programma comprende 14 progetti di ricerca, distribuiti in diverse aree del territorio nazionale, con il coinvolgimento di 15 unità operative e oltre 400 specialisti. Per la prima fase di indagine sui depositi naturali è previsto un investimento di 3,5 milioni di euro. L'obiettivo è integrare il patrimonio informativo storico con nuove attività di ricerca, costruendo un quadro aggiornato delle potenzialità minerarie nazionali e individuando le aree maggiormente promettenti. Un elemento importante, aggiornato al 2026, è che il PNE non si trova più soltanto nella fase di elaborazione o approvazione: il programma è in attuazione e prevede attività di ricerca e indagine sul territorio. La documentazione programmatica di ISPRA per il 2026 colloca infatti il PNE tra le attività operative del Servizio Geologico d’Italia, nell'ambito di un programma pluriennale di ricerca.
Ricerca mineraria di
base non significa apertura di nuove miniere. Il PNE svolge ricerca mineraria
di base: recupero e integrazione dei dati geologici e minerari esistenti,
cartografia, analisi geochimiche, indagini geofisiche, elaborazione dei dati,
telerilevamento e campionamenti. Si tratta quindi di attività finalizzate alla
conoscenza del sottosuolo e alla definizione delle potenzialità delle diverse
aree. Il PNE non costituisce un'autorizzazione generale all'apertura di miniere
e non equivale all'avvio di attività estrattive industriali. La stessa logica
del regolamento europeo distingue la fase di esplorazione generale dalle
successive eventuali attività di ricerca e coltivazione. Qualora dall'attività
conoscitiva emergessero risultati di interesse, eventuali iniziative operative
dovrebbero essere sviluppate attraverso gli specifici procedimenti
autorizzativi previsti dall'ordinamento. Questa distinzione è essenziale anche
dal punto di vista ambientale: individuare un'anomalia geochimica, una
mineralizzazione o una potenziale risorsa non significa aver individuato una
miniera economicamente coltivabile.
L'attenzione è rivolta alle materie prime critiche e strategiche individuate dal quadro europeo, tra cui, a titolo esemplificativo, litio, grafite naturale, rame, manganese, fluorite, feldspato, antimonio, tungsteno, titanio, bismuto, magnesio, terre rare e metalli del gruppo del platino. Il PNE considera inoltre materiali e minerali industriali che, pur non rientrando necessariamente nell'elenco europeo delle materie prime critiche, possono rivestire interesse per l'industria nazionale. L'obiettivo non è quindi esclusivamente quello di cercare singoli metalli, ma di costruire una conoscenza integrata delle risorse minerarie potenzialmente disponibili sul territorio italiano, comprese quelle che possono assumere interesse industriale in funzione dell'evoluzione tecnologica ed economica.
Un elemento centrale del sistema informativo nazionale
è rappresentato dalle banche dati geologiche e minerarie gestite da ISPRA, che
consentono di integrare informazioni storiche sulle attività estrattive con i
dati derivanti dalle nuove campagne di ricerca.
L'Italia possiede una lunga storia mineraria, ma
l'attività estrattiva dei minerali di prima categoria è oggi fortemente
ridimensionata rispetto al passato.
Il censimento storico ISPRA registra 3.016 siti
minerari che hanno avuto attività produttiva nel corso degli ultimi circa 150
anni, mentre i dati relativi alla situazione produttiva utilizzati nei
documenti ISPRA evidenziano una realtà attuale molto diversa da quella della
grande stagione mineraria italiana.
Per questo motivo il numero dei siti storicamente censiti non deve essere confuso con il numero delle miniere oggi operative. Analogamente, il dato di 76 siti in produzione nel 2020, utilizzato nelle statistiche ISPRA, deve essere considerato come un riferimento temporale specifico e non come una fotografia aggiornata della produzione mineraria italiana all'agosto 2026. Per conoscere la situazione amministrativa più recente dei titoli minerari occorre fare riferimento ai dati e agli aggiornamenti pubblicati dal Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica e dagli uffici UNMIG. Al 31 luglio 2026, il MASE ha inoltre aggiornato la relativa cartografia delle istanze e dei titoli minerari.
Tra le materie prime critiche, il quadro ISPRA ha
evidenziato storicamente una presenza produttiva nazionale molto limitata: 22
dei 76 siti considerati nel relativo censimento erano associati a materie prime
allora comprese nell'elenco europeo delle criticità, con 20 riferiti al
feldspato e 2 alla fluorite.
Anche questo dato deve essere letto come fotografia
della situazione censita e del relativo quadro europeo di riferimento, non come
numero aggiornato automaticamente delle miniere attive nel 2026.
Il quadro complessivo evidenzia quindi una
caratteristica fondamentale del settore italiano: le materie prime critiche
attualmente coltivate sono limitate rispetto al fabbisogno nazionale, mentre il
nuovo programma punta soprattutto a comprendere se esistano ulteriori risorse
potenzialmente valorizzabili.
La Campania occupa una posizione particolare per la
propria storia geologica e mineraria e per la presenza di estesi complessi
vulcanici quaternari.
Nel PNE è previsto uno specifico progetto denominato:
«Minerali industriali ed elementi critici nelle rocce
vulcaniche quaternarie della Regione Campania».
Il progetto mira a valutare e ampliare le conoscenze
sulle potenzialità estrattive di minerali industriali ed elementi critici, con
particolare riferimento a zeoliti, feldspati e ai relativi contenuti di
elementi critici, comprese terre rare e litio, presenti nei depositi vulcanici
quaternari della regione.
L'impostazione è coerente con le caratteristiche
geologiche della Campania, dove i depositi vulcanoclastici e piroclastici sono
stati interessati, nel corso della loro evoluzione, da processi minerogenetici
e di alterazione che possono favorire la formazione di minerali secondari, tra
cui quelli appartenenti alla famiglia delle zeoliti.
Il progetto considera inoltre depositi che sono stati
oggetto di sfruttamento in passato, evidenziando quindi il rapporto tra
l'attuale ricerca mineraria e il patrimonio geologico-minerario già conosciuto.
Il progetto PNE campano ha una finalità di ricerca e
caratterizzazione delle potenzialità. Non costituisce la certificazione
dell'esistenza di un giacimento economicamente sfruttabile e non equivale
all'autorizzazione di nuove miniere.
Per passare dal concetto di potenzialità geologica a
quello di risorsa e, successivamente, di riserva economicamente coltivabile,
sono necessarie ulteriori indagini, comprese valutazioni sulla distribuzione e
concentrazione dei minerali, sulla continuità del corpo mineralizzato, sulle
caratteristiche geologiche e idrogeologiche, sulle tecnologie disponibili, sui
costi e sulla sostenibilità ambientale.
Un altro tema di particolare interesse riguarda il
litio associato ai fluidi geotermici.
Le conoscenze disponibili indicano la presenza di
litio nei fluidi geotermici del sistema tosco-laziale-campano, rendendo questo
tema di interesse per la ricerca sulle possibili forme di estrazione non
convenzionale.
Anche in questo caso, tuttavia, è fondamentale
utilizzare una terminologia scientificamente corretta.
La presenza di litio nei fluidi geotermici non
equivale automaticamente alla presenza di una riserva mineraria economicamente
sfruttabile.
Per valutare una possibile valorizzazione sarebbero
necessari studi approfonditi sulla concentrazione e distribuzione del litio,
sulle portate e caratteristiche dei fluidi, sul sistema idrogeologico e
geotermico, sulle tecnologie di estrazione, sul bilancio energetico, sui costi,
sulla gestione dei fluidi residui e sulla compatibilità ambientale.
Per la Campania, pertanto, il termine più corretto è
oggi potenziale geologico e geotermico da caratterizzare, non «giacimento di
litio pronto per l'estrazione».
La Campania possiede una storia mineraria molto più
importante di quanto possa apparire osservando esclusivamente la situazione
produttiva attuale.
Il censimento storico ISPRA documenta attività
distribuite soprattutto nelle province di Caserta, Avellino e Benevento, con
presenze anche nel Salernitano e nel Napoletano.
Tra le principali sostanze storicamente coltivate
figurano zolfo, leucite, bauxite, combustibili fossili e bitumi, minerali
ceramici e industriali, marne da cemento e sabbie ferrifere.
Il censimento storico più recente utilizzato nel
quadro di riferimento considera, per la Campania, 43 siti estrattivi minerari
nel periodo 1870–2024, distinti anche in funzione delle modalità di
coltivazione.
Questo dato deve essere mantenuto separato da quello
relativo alle cave, che appartengono alla diversa categoria delle attività
estrattive di seconda categoria e sono sottoposte a un differente regime
normativo e amministrativo.
La distinzione tra miniera e cava non è quindi
soltanto terminologica, ma deriva dalla classificazione giuridica delle
sostanze minerali e comporta differenti competenze e procedimenti
amministrativi.
Il ritorno dell'interesse verso il patrimonio
minerario nazionale non può essere separato dalla necessità di affrontare
l'eredità ambientale delle attività del passato.
I siti minerari storici rappresentano infatti una
straordinaria banca di informazioni geologiche e mineralogiche, ma possono
anche costituire passività ambientali.
Nel quadro ISPRA relativo ai depositi dei rifiuti
estrattivi, 562 siti dismessi o abbandonati risultavano caratterizzati, nella
classificazione utilizzata, da un rischio ecologico-sanitario medio o alto.
Tale dato è riferito al censimento disponibile per il 2022 e non deve essere
presentato come una fotografia automaticamente aggiornata all'11 agosto 2026.
L'eredità materiale delle pregresse attività minerarie
è inoltre significativa: ISPRA ha stimato in oltre 150 milioni di m³ il volume
complessivo, prudenzialmente stimato, degli scarti delle attività minerarie
pregresse.
Questi materiali possono rappresentare una passività
ambientale, ma in determinate condizioni possono anche contenere concentrazioni
di sostanze potenzialmente recuperabili e quindi diventare oggetto di interesse
nell'ambito dell'economia circolare.
I rischi associati alle attività minerarie dipendono
fortemente dal tipo di mineralizzazione, dalla mineralogia degli sterili, dalle
modalità di coltivazione e dalle caratteristiche dei depositi di rifiuti
estrattivi.
Tra le problematiche potenziali rientrano:
- contaminazione delle acque superficiali e sotterranee;
- mobilizzazione di metalli e metalloidi;
- drenaggio acido o comunque alterato delle acque di miniera, quando le condizioni geochimiche lo favoriscono;
- dispersione di polveri;
- instabilità fisica dei depositi di sterili e delle strutture abbandonate;
- erosione e alterazione morfologica;
- consumo e trasformazione del suolo;
- modificazione del paesaggio e degli habitat;
- rumore e vibrazioni nelle attività operative;
- presenza di passività ambientali connesse alle strutture minerarie dismesse.
È però fondamentale evitare generalizzazioni: non tutti questi fenomeni sono presenti in ogni sito minerario. La valutazione deve essere necessariamente sito-specifica e basata sulla combinazione di dati geologici, mineralogici, geochimici, idrogeologici, geomorfologici e ambientali.
In questo scenario assume particolare importanza URBES
– URBan mining and Extractive waste information System, progetto collegato al
PNRR e complementare alle attività di conoscenza delle risorse minerarie.
L'obiettivo è mappare e caratterizzare le fonti di materie
prime seconde rappresentate dai rifiuti estrattivi delle pregresse attività
minerarie, comprese quelle presenti in strutture di deposito chiuse o
abbandonate.
PNE e URBES sono quindi collegati, ma hanno finalità differenti: il PNE studia prevalentemente il potenziale delle risorse minerarie primarie; URBES considera invece il potenziale delle risorse secondarie contenute nei rifiuti estrattivi e in altre fonti antropiche.
Questa impostazione introduce un concetto
particolarmente importante nella politica mineraria contemporanea: un vecchio
deposito di sterili può essere contemporaneamente una passività ambientale e
una potenziale fonte secondaria di materie prime.
Il recupero deve tuttavia essere valutato caso per caso, considerando concentrazioni, mineralogia, tecnologie disponibili, costi, bilancio energetico, produzione di nuovi residui e rischi ambientali.
Il Regolamento UE non stabilisce che ogni Stato membro
debba riaprire le proprie miniere. L'obiettivo europeo è rafforzare la
sicurezza e la sostenibilità dell'approvvigionamento di materie prime critiche
attraverso una combinazione di estrazione, lavorazione, riciclo,
diversificazione degli approvvigionamenti e conoscenza delle risorse.
Per quanto riguarda l'esplorazione, il regolamento
impone agli Stati membri di predisporre programmi nazionali di esplorazione
generale e stabilisce che tali programmi siano riesaminati almeno ogni cinque
anni e aggiornati quando necessario. Il regolamento prevede inoltre un quadro
specifico per i progetti strategici, con l'obiettivo di rendere più prevedibili
i procedimenti amministrativi, senza eliminare gli obblighi di tutela
ambientale previsti dalla legislazione europea e nazionale. La semplificazione
amministrativa, pertanto, non significa assenza di valutazione ambientale.
Qualora una successiva iniziativa mineraria dovesse
passare dalla fase conoscitiva alla ricerca operativa e, eventualmente, alla
coltivazione, entrerebbero in gioco i procedimenti autorizzativi applicabili,
compresi, secondo il caso concreto, quelli relativi alla valutazione
ambientale, alle acque, ai rifiuti estrattivi, al territorio e agli altri
fattori ambientali interessati.
Per la Campania il nuovo programma deve quindi essere
letto attraverso una prospettiva equilibrata. Da una parte esiste un interesse
geologico concreto: la presenza di estesi complessi vulcanici quaternari,
l'importanza dei minerali industriali e l'interesse scientifico per gli
elementi critici associati ai depositi vulcanici e ai sistemi geotermici
giustificano attività di ricerca e caratterizzazione.
Dall'altra, la particolare densità insediativa della
regione, la presenza di sistemi vulcanici attivi o quiescenti, la vulnerabilità
di numerosi sistemi idrogeologici, la presenza di aree agricole e
naturalistiche e la concentrazione di differenti pressioni antropiche rendono
indispensabile un approccio geologico, idrogeologico, geochimico, ambientale e
territoriale integrato.
La ricerca mineraria di base, di per sé, non determina
automaticamente un nuovo rischio ambientale significativo: costituisce
principalmente una fase conoscitiva.
Il livello di pressione e di rischio potrebbe cambiare
qualora si passasse alla realizzazione di opere di ricerca operativa o,
soprattutto, di attività di coltivazione. In quel caso entrerebbero in gioco
specifiche opere, lavorazioni, movimentazioni di materiali, gestione degli
sterili, utilizzo delle acque e trasformazioni territoriali, da sottoporre ai
relativi procedimenti autorizzativi e di valutazione.
Il vero elemento di novità del PNE non è quindi
semplicemente la prospettiva di «tornare a scavare».
È la costruzione di una conoscenza aggiornata del
sottosuolo italiano, attraverso l'integrazione del patrimonio storico con nuove
attività di esplorazione mineraria di base, dopo un lungo periodo nel quale la
ricerca pubblica nazionale in questo settore aveva avuto un ruolo molto più
limitato. ISPRA descrive infatti il programma come un nuovo investimento nella
ricerca mineraria nazionale dopo circa trent'anni dall'ultimo investimento pubblico
di questo tipo.
Per un Paese fortemente dipendente dall'importazione
di molte materie prime strategiche, conoscere dove siano presenti potenziali
risorse, in quali concentrazioni e in quali condizioni geologiche rappresenta
una premessa indispensabile per qualsiasi decisione futura.
Ma conoscere una risorsa non significa necessariamente
sfruttarla.
Il passaggio:
potenziale geologico → risorsa → riserva
economicamente coltivabile → progetto minerario → autorizzazione → coltivazione
è costituito da una successione di fasi distinte,
ciascuna delle quali richiede studi, verifiche tecniche, valutazioni
economiche, analisi ambientali e specifici procedimenti amministrativi.
È proprio questa distinzione che dovrebbe guidare
anche il dibattito pubblico.
La Campania è effettivamente interessata dal Programma
Nazionale di Esplorazione, attraverso un progetto specificamente dedicato ai
minerali industriali e agli elementi critici associati alle rocce vulcaniche
quaternarie. Il progetto considera in particolare zeoliti, feldspati e i
relativi contenuti di elementi critici, comprese terre rare e litio.
Il PNE è inoltre un programma approvato e in fase di
attuazione, non una semplice ipotesi politica o normativa. Questo, tuttavia,
non consente di affermare che in Campania siano già stati individuati nuovi
giacimenti economicamente coltivabili di litio, terre rare o altri elementi
critici.
Allo stato attuale, il termine corretto rimane
potenzialità da caratterizzare.
Eventuali conclusioni sulla possibilità di una futura
valorizzazione mineraria dovranno derivare dai risultati delle attività di
ricerca, dalle successive indagini di maggiore dettaglio e dalle necessarie
valutazioni tecnico-economiche, ambientali e territoriali.
Una nuova fase della
conoscenza geologica italiana
La sfida dei prossimi anni sarà quindi trovare un
equilibrio tra sicurezza degli approvvigionamenti, ricerca scientifica,
autonomia strategica, economia circolare, tutela delle acque e del suolo,
conservazione del paesaggio e sostenibilità territoriale.
Per la Campania questo equilibrio sarà particolarmente
importante.
La regione possiede un patrimonio geologico di grande
valore e, contemporaneamente, territori densamente abitati, sistemi vulcanici e
idrogeologici complessi, aree agricole e naturalistiche e numerose pressioni
antropiche.
La ricerca delle materie prime critiche dovrà quindi
essere accompagnata da una conoscenza altrettanto rigorosa delle condizioni
geologiche, idrogeologiche e ambientali dei territori interessati.
La conoscenza geologica non è, in questa prospettiva,
il presupposto dell'attività estrattiva a ogni costo.
È soprattutto lo strumento che consente di decidere
con dati scientifici dove cercare, cosa eventualmente valorizzare e,
altrettanto importante, dove non sia opportuno intervenire.
Ed è proprio questa la differenza tra una moderna
politica delle georisorse e una semplice politica di sfruttamento del
sottosuolo.



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