L’eterna emergenza: quando un rischio conosciuto diventa una sorpresa

Viviamo in un Paese nel quale terremoti, frane, alluvioni e fenomeni vulcanici non rappresentano eventi sconosciuti. Sono fenomeni studiati, monitorati, cartografati e, in molti casi, conosciuti da decenni. Conosciamo i territori più esposti, abbiamo mappe di pericolosità, studi geologici, scenari di rischio, piani e procedure. Eppure, quando un evento si verifica, la risposta pubblica sembra spesso ripartire da zero: si cercano persone, strutture, informazioni, mezzi e soluzioni. È questo il paradosso dell’eterna emergenza: trasformare un rischio conosciuto in una sorpresa amministrativa.


La prevenzione, però, non significa soltanto mettere in sicurezza un versante, consolidare un edificio o realizzare un'opera idraulica. Significa anche conoscere il territorio nella sua componente più importante: le persone che lo abitano. Sapere chi vive in una determinata area e quali difficoltà potrebbe incontrare durante un'emergenza può fare la differenza tra un intervento organizzato e una risposta improvvisata. Anziani soli, persone non autosufficienti, cittadini allettati, persone con disabilità o con necessità di apparecchiature elettromedicali rappresentano situazioni che, in caso di evacuazione o interruzione dei servizi essenziali, richiedono modalità di assistenza specifiche.

È in questa dimensione che assume importanza il Registro delle persone fragili, strumento che appartiene alla fase preventiva. La SVEI – Scheda per la Valutazione delle Esigenze Immediate, invece, interviene nella fase emergenziale e consente di rilevare concretamente i bisogni delle persone assistite. Sono strumenti differenti, con funzioni differenti, ma complementari: prima si costruisce una conoscenza preventiva delle possibili fragilità, poi, durante l'emergenza, si verifica quali siano effettivamente le esigenze presenti.

Il punto, tuttavia, è che la conoscenza non può essere considerata acquisita una volta per tutte. Un registro non aggiornato perde progressivamente la propria utilità. Le persone cambiano domicilio, cambiano le condizioni di autonomia, cambiano le esigenze assistenziali e cambiano le composizioni dei nuclei familiari. Anche una situazione che oggi non presenta particolari criticità può diventare domani una condizione di fragilità. Per questo la prevenzione richiede un'attività continua di aggiornamento e verifica, non la semplice compilazione di un documento destinato a rimanere in un archivio.



C’è poi un'altra questione che emerge con particolare evidenza durante le emergenze: dove si trova realmente la popolazione coinvolta?

Non tutti gli sfollati raggiungono i centri ufficialmente individuati. Molte persone scelgono di andare da parenti, amici, conoscenti oppure di trasferirsi temporaneamente in una seconda casa. È una scelta del tutto comprensibile, ma dal punto di vista della gestione dell'emergenza introduce un problema concreto: se non si conoscono gli effettivi spostamenti della popolazione, diventa più difficile stabilire dove concentrare assistenza, informazioni, servizi e risorse.

La prevenzione, quindi, non consiste nel compilare una scheda o nel produrre un altro documento. Consiste nel costruire e mantenere nel tempo una conoscenza del territorio realmente utilizzabile quando serve.

E qui entra in gioco un'altra componente spesso sottovalutata: la qualità delle competenze.

Non tutti i Comuni possiedono al proprio interno professionalità specialistiche sufficienti. Il ricorso a professionisti esterni è quindi normale e, in molti casi, indispensabile. Il problema non è utilizzare competenze esterne. Il problema nasce quando la consulenza tecnica diventa episodica, quando il rapporto con il territorio si interrompe dopo la consegna di una relazione oppure quando la complessità dei fenomeni viene affrontata senza adeguate competenze specialistiche.



Un Piano di protezione civile non dovrebbe essere considerato un semplice documento amministrativo da aggiornare formalmente. Deve essere la traduzione operativa della conoscenza del territorio. Deve trasformare informazioni geologiche, sismiche, idrogeologiche, vulcanologiche, urbanistiche e demografiche in procedure concrete: chi deve intervenire, dove, con quali mezzi, secondo quali priorità e attraverso quali percorsi decisionali. Per questo la qualità della prevenzione dipende anche dalla qualità delle competenze che la costruiscono. C’è, tuttavia, un problema ancora più profondo: la prevenzione non fa notizia. Aggiornare un registro, controllare un piano, verificare una procedura, organizzare un'esercitazione, formare il personale, mantenere aggiornate le informazioni territoriali o informare correttamente la popolazione sono attività silenziose. Non producono immagini spettacolari e raramente occupano le prime pagine. L'emergenza, invece, è visibile. Ci sono mezzi, sirene, ordinanze, conferenze stampa, sopralluoghi, tecnici sul campo e interventi straordinari. È proprio in quel momento che l'azione pubblica diventa evidente e misurabile agli occhi dell'opinione pubblica. Il rischio è quindi quello di finire per premiare maggiormente la capacità di gestire il disastro rispetto alla capacità di ridurne preventivamente le conseguenze. Ma un territorio resiliente non è semplicemente quello che reagisce bene quando tutto è già accaduto. È quello che arriva all'emergenza con una parte del lavoro già svolta. È quello in cui le informazioni sono disponibili, le responsabilità sono chiare, le procedure sono conosciute, le persone fragili sono state individuate e le competenze necessarie sono già state messe nelle condizioni di operare.

La vera prevenzione, in fondo, è terribilmente noiosa. Significa aggiornare dati che nessuno vede. Verificare piani che nessuno legge finché non servono. Ripetere esercitazioni che possono sembrare inutili quando non accade nulla. Formare operatori, controllare procedure, aggiornare cartografie, informare cittadini e amministratori. E poi ricominciare, perché il territorio cambia, la popolazione cambia e cambiano anche le condizioni di rischio.

Non è spettacolare. È prevenzione. Ed è proprio questa la sua forza: il suo successo si misura spesso attraverso qualcosa che non accade. Quando arriva una scossa, una frana, un'alluvione o un altro evento naturale, non c'è più tempo per conoscere il territorio, individuare le fragilità o decidere per la prima volta cosa fare. In quel momento si può soltanto applicare ciò che si è avuto la lungimiranza di preparare prima. Perché l'emergenza può essere inevitabile. La disorganizzazione, invece, non dovrebbe esserlo.

E forse la vera misura di una buona amministrazione non dovrebbe essere soltanto quanto bene riesce a gestire un'emergenza, ma quanto è riuscita a fare, prima che arrivasse, perché un rischio conosciuto non diventasse una tragedia evitabile.

 




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