LA SISMICITÀ GLOBALE VISTA DAI NUMERI

Negli ultimi mesi la successione di terremoti di forte magnitudo verificatisi in diverse aree del pianeta ha alimentato una percezione sempre più diffusa di una presunta “accelerazione” della sismicità globale. La domanda è legittima: la Terra sta realmente registrando più terremoti forti del normale oppure siamo di fronte, soprattutto, a una maggiore esposizione mediatica di un fenomeno che appartiene alla normale dinamica del pianeta? Per rispondere è necessario abbandonare la percezione del singolo evento e osservare la sismicità attraverso i dati strumentali, le serie storiche e il contesto geodinamico. Il riferimento internazionale più importante per il monitoraggio della sismicità globale è il catalogo dell'U.S. Geological Survey, attraverso il National Earthquake Information Center e il catalogo ComCat. Secondo l'USGS, sulla base delle registrazioni di lungo periodo a partire dall'inizio del XX secolo, ci si attende mediamente circa 16 terremoti di magnitudo M≥7 in un anno, dei quali circa 15 nella classe M7 e uno M8 o superiore. Si tratta, tuttavia, di una media statistica e non di un valore che la Terra debba necessariamente rispettare ogni anno. Le oscillazioni intorno a questa media sono fisiologiche. La stessa banca dati USGS mostra, per esempio, che nel 2020 furono registrati 9 terremoti M≥7, mentre nel 2021 il numero salì a 19. Nel periodo 2000–2021 il numero degli eventi M7–7.9 è variato sensibilmente da un anno all'altro, passando da valori molto bassi, come i 6 eventi del 2017, fino a 23 eventi M≥7 complessivi nel 2010 considerando anche gli eventi M8 e superiori.


Questo dato è fondamentale: una variazione annuale del numero di grandi terremoti non costituisce, di per sé, la prova di un cambiamento della dinamica globale della Terra.

Il 2026: dieci eventi M≥7 entro il 12 agosto 2026

Anche il 2026 si inserisce, allo stato attuale, in questa variabilità statistica.

La ricerca nel catalogo globale USGS evidenzia 10 eventi di magnitudo M≥7 registrati dall'inizio dell'anno fino al 12 agosto 2026. La sequenza comprende, tra gli altri:

  •  22 febbraio – M7.1, area di Sabah, Malaysia, a circa 629 km di profondità;
  • 24 marzo – M7.5, Tonga;
  • 30 marzo – M7.3, Vanuatu;
  • 1 aprile – M7.4, Indonesia;
  • 20 aprile – M7.4, Giappone;
  • 8 giugno – M7.8, area di Sarangani, Filippine;
  • 24 giugno – M7.2 e M7.5, Venezuela;
  • 17 luglio – M7.3, Messico;
  • 10 agosto – M7.4, Colombia.

 È quindi corretto affermare che dieci terremoti M≥7 sono stati registrati nei primi otto mesi del 2026, ma è altrettanto importante evitare una semplificazione: non tutti gli eventi si collocano lungo la cosiddetta Cintura di Fuoco del Pacifico. La distribuzione comprende infatti anche il Venezuela e altre aree tettonicamente distinte. Tra gli eventi più rilevanti vi è il terremoto Mw 7.8 dell'8 giugno 2026 al largo di Sarangani, nelle Filippine, associato secondo PHIVOLCS alla subduzione lungo la Fossa di Cotabato. L'evento generò anche onde di tsunami misurate lungo alcune coste di Mindanao. Il Mw 7.4 del 10 agosto 2026 in Colombia, invece, rappresenta un evento di particolare rilievo per gli effetti prodotti sulle popolazioni e sulle infrastrutture, ma la sua presenza nel catalogo globale non deve essere interpretata come indicatore di una “connessione” con gli altri terremoti verificatisi nel corso dell'anno.

Qui si trova uno degli aspetti più importanti dal punto di vista geologico. Dire che il numero annuale dei terremoti M≥7 rientra nella variabilità statistica non significa automaticamente dimostrare che il tasso di deformazione della crosta terrestre sia rimasto costante.

La deformazione tettonica viene studiata attraverso osservazioni geodetiche e geofisiche, tra cui velocità delle placche, misure GNSS/GPS, InSAR, strainmeter, dati geologici e paleosismologici. La sismicità rappresenta invece una delle modalità attraverso cui parte dell'energia elastica accumulata nel sistema crostale viene rilasciata. Un terremoto di magnitudo M7, quindi, non è semplicemente “un punto sulla carta”: rappresenta la rottura di una porzione significativa di una faglia e il rilascio di energia associato allo scorrimento relativo delle rocce. La magnitudo momento Mw è direttamente collegata al momento sismico, che dipende dalla rigidità delle rocce, dall'area di faglia coinvolta e dall'entità dello scorrimento. Per questo motivo, utilizzare il semplice conteggio annuale degli eventi M≥7 come proxy diretto dell'attività tettonica globale sarebbe metodologicamente scorretto.  I terremoti tendono a concentrarsi soprattutto lungo i margini delle placche litosferiche, dove convergenza, subduzione, trascorrenza e collisione producono condizioni favorevoli all'accumulo e al rilascio di deformazione.

Il Pacifico rappresenta uno dei principali sistemi sismotettonici del pianeta. Lungo i suoi margini convergenti si concentrano numerose zone di subduzione capaci di generare terremoti di magnitudo elevata. Ma anche all'interno dello stesso sistema tettonico gli eventi possono essere molto diversi. Il terremoto M7.3 del 30 marzo 2026 a Vanuatu, per esempio, si è verificato a circa 121 km di profondità ed è stato interpretato dall'USGS come un terremoto a profondità intermedia associato alla complessa interazione tra le placche Australia e Pacifico.

Il terremoto M7.4 del 1° aprile in Indonesia si è invece verificato a circa 35 km di profondità in una regione caratterizzata da una complessa interazione tra più placche e blocchi tettonici.

Questi esempi mostrano perché non sia sufficiente osservare la sola magnitudo: profondità, meccanismo focale, tipo di faglia, posizione rispetto ai margini di placca e contesto geodinamico sono elementi indispensabili per interpretare correttamente un terremoto.

La statistica non significa assenza di pericolo

Affermare che la frequenza globale dei terremoti M≥7 non evidenzi, allo stato attuale, un'anomalia rispetto alla variabilità attesa non significa affermare che il rischio sismico sia basso.

Sono due concetti differenti.

Il rischio dipende dall'interazione tra pericolosità, esposizione e vulnerabilità. Un terremoto M7 in una regione scarsamente popolata può produrre conseguenze molto diverse rispetto a un evento di magnitudo analoga localizzato vicino a un grande centro urbano caratterizzato da elevata esposizione e vulnerabilità del patrimonio edilizio.

È quindi possibile avere una sismicità globale statisticamente normale e, contemporaneamente, un evento locale estremamente grave.

La magnitudo, inoltre, non coincide con l'intensità dello scuotimento percepito in superficie. L'intensità varia da luogo a luogo in funzione della distanza dall'ipocentro, della profondità, delle caratteristiche della sorgente, della propagazione delle onde e delle condizioni geologiche locali.

Perché allora abbiamo spesso la sensazione che i terremoti siano diventati più numerosi?

Una prima spiegazione è strettamente strumentale.

Le reti sismiche moderne sono enormemente più capillari e sensibili rispetto al passato. L'USGS sottolinea che il catalogo ComCat contiene un numero crescente di terremoti registrati negli ultimi anni non necessariamente perché si verifichino più terremoti, ma perché esistono più strumenti in grado di rilevarli. Il National Earthquake Information Center localizza oggi circa 20.000 terremoti all'anno nel mondo, una media di circa 55 al giorno.


Un terremoto avvenuto migliaia di chilometri lontano, magari sotto l'oceano e senza conseguenze significative per la popolazione, oggi entra immediatamente nei flussi informativi globali.

Notifiche, applicazioni, social network, video e testate online trasformano ogni evento significativo in una notizia potenzialmente globale.

La conseguenza è una sorta di compressione percettiva dello spazio e del tempo: terremoti che appartengono a sistemi tettonici completamente indipendenti vengono percepiti dall'osservatore come parti di una singola sequenza planetaria.

Dal punto di vista geologico, però, questa interpretazione non è corretta.

Il pianeta è costituito da un sistema complesso di placche e blocchi litosferici in movimento relativo.

Un terremoto in Tonga, uno in Indonesia, uno in Giappone e uno in Colombia non costituiscono necessariamente una “catena” di eventi collegati. Nella maggior parte dei casi appartengono a sistemi di faglie differenti, caratterizzati da differenti condizioni di stress, differenti geometrie e differenti cicli sismotettonici.

Anche le sequenze di aftershock devono essere interpretate separatamente: un terremoto principale può modificare localmente lo stato di stress e generare una sequenza di repliche nell'area circostante, ma questo non implica che l'intero pianeta venga progressivamente “caricato” fino a provocare terremoti a migliaia di chilometri di distanza.

L'USGS sottolinea infatti che aumenti o diminuzioni temporanee della sismicità mondiale rientrano nella normale variabilità dei tassi sismici e non costituiscono, da soli, un indicatore dell'imminenza di un grande terremoto.

Il dato più importante: non esiste una previsione globale del terremoto

La lettura statistica della sismicità globale non consente di prevedere quando e dove avverrà il prossimo terremoto.

La sismologia moderna è in grado di identificare le aree caratterizzate da maggiore pericolosità, studiare le faglie attive, ricostruire la storia sismica, stimare probabilità di occorrenza e produrre, in determinati contesti, previsioni statistiche delle repliche.

Non è invece possibile stabilire deterministicamente la data, la localizzazione e la magnitudo del prossimo terremoto. L'USGS ribadisce esplicitamente che una previsione sismica accurata richiederebbe proprio queste tre informazioni, che non possono essere determinate in anticipo.

Questo è un punto essenziale anche nella comunicazione del rischio: né un aumento temporaneo della frequenza globale né una fase di relativa quiete possono essere trasformati automaticamente in una previsione. Leggere la Terra attraverso i dati, non attraverso la sequenza delle notizie

I 10 terremoti M≥7 registrati globalmente fino al 12 agosto 2026 costituiscono un dato reale e scientificamente significativo, ma non rappresentano, allo stato delle conoscenze disponibili, la prova di un'improvvisa accelerazione della sismicità planetaria.

Il confronto con la climatologia sismica di lungo periodo mostra che il numero di grandi terremoti può oscillare considerevolmente da un anno all'altro. L'USGS colloca il valore medio di lungo periodo intorno a 16 eventi M≥7 all'anno, proprio evidenziando che gli anni possono discostarsi sensibilmente da tale valore senza che ciò implichi un cambiamento globale della dinamica terrestre.

Il 2026, inoltre, non è ancora concluso: confrontare il numero dei terremoti dei primi otto mesi con un'intera annata storica richiede cautela, perché il dato annuale definitivo potrà essere valutato soltanto a fine anno.

La Terra continua a deformarsi, le placche continuano a muoversi e le faglie continuano ad accumulare e rilasciare energia. La sequenza degli eventi osservata nel 2026 rientra, per numero e distribuzione, nella variabilità della sismicità globale conosciuta e non fornisce da sola evidenza di un'accelerazione planetaria anomala.

Il vero cambiamento è soprattutto nella nostra capacità di osservare, registrare e comunicare ciò che accade.

La Terra non ha iniziato improvvisamente a tremare perché noi ne parliamo di più.

Siamo semplicemente diventati molto più bravi a sentirne ogni movimento.

E, proprio per questo, il compito della divulgazione scientifica non dovrebbe essere quello di amplificare la paura, ma di restituire agli eventi la loro corretta scala geologica, statistica e geodinamica.

 

Commenti

Post popolari in questo blog

I VULCANI D'ITALIA: CONOSCERE IL TERRITORIO PER COMPRENDERE IL RISCHIO

PROTEZIONE CIVILE, OLTRE L'EMERGENZA: IL RUOLO STRATEGICO DI SINDACI E VOLONTARI

Dal caldo al fango: perché i temporali estivi accendono il rischio frane