LA SINDROME DELLA MEMORIA CORTA

Ogni volta che un terremoto colpisce il nostro Paese si ripete lo stesso copione. Per giorni l'attenzione è massima: si parla di faglie, vulnerabilità degli edifici, prevenzione, piani di emergenza e cultura del rischio. Poi, lentamente, il silenzio torna a prevalere. Le scosse diminuiscono, i riflettori dei media si spengono e la percezione del pericolo si attenua fino quasi a scomparire. È un comportamento umano, osservato in tutto il mondo e studiato da decenni dalla psicologia del rischio e dalle scienze sociali. L'Italia è uno dei Paesi europei a maggiore pericolosità sismica, una condizione legata alla sua posizione geologica tra la placca africana e quella euroasiatica. La pericolosità del territorio, tuttavia, non cambia con il passare degli anni; ciò che cambia è la memoria delle persone. Più tempo trascorre dall'ultimo terremoto distruttivo, maggiore è la tendenza a considerare il rischio come qualcosa di remoto, improbabile o addirittura superato. È quella che la letteratura scientifica internazionale definisce disaster amnesia, l'amnesia del disastro, strettamente collegata al cosiddetto recency bias: il cervello attribuisce maggiore importanza agli eventi recenti rispetto a quelli lontani nel tempo.

Le indagini condotte negli ultimi anni dall'INGV, anche in collaborazione con istituti di ricerca come il CNR-IRPPS e l'OGS, mostrano come la percezione del rischio sismico risulti generalmente inferiore rispetto alla reale pericolosità del territorio. I questionari somministrati nell'ambito di diversi progetti di ricerca evidenziano che molti cittadini, anche residenti nelle aree a maggiore sismicità, tendono a sottostimare il rischio o a ritenerlo meno rilevante nella propria vita quotidiana. La consapevolezza, inoltre, non cresce automaticamente nelle zone storicamente colpite dai terremoti, ma tende progressivamente ad affievolirsi con il trascorrere del tempo dall'ultimo evento significativo. Questo fenomeno non riguarda soltanto l'Italia. Negli Stati Uniti, nonostante decenni di studi sulla faglia di San Andreas e numerose campagne informative promosse dall'USGS, una parte consistente della popolazione non adotta misure preventive, come il fissaggio degli arredi, la predisposizione di kit di emergenza o il rinforzo degli edifici quando possibile. In Giappone, considerato un modello mondiale nella cultura della prevenzione, gli studi mostrano che l'attenzione della popolazione tende comunque a diminuire nelle aree che non registrano terremoti distruttivi da lungo tempo. Situazioni analoghe sono state documentate anche nei Balcani, in Romania e in altri Paesi caratterizzati da elevata sismicità. Dal punto di vista psicologico, questa apparente contraddizione ha una spiegazione precisa. Vivere costantemente con la consapevolezza di un pericolo potenziale sarebbe estremamente stressante. Per questo il cervello sviluppa un naturale meccanismo di adattamento: quando un rischio permane per molto tempo senza produrre conseguenze dirette sulla nostra esperienza personale, tende progressivamente a considerarlo parte della normalità. È un processo definito "normalizzazione del rischio", che consente di ridurre l'ansia ma, allo stesso tempo, può portare a sottovalutare minacce reali. A questo si aggiunge un altro fattore ben noto: la distanza. Se un terremoto colpisce una regione lontana, il coinvolgimento emotivo diminuisce rapidamente; se invece trascorrono molti anni senza eventi significativi nella propria zona, cresce la convinzione che il pericolo sia ormai trascurabile. In realtà, la geologia non segue i tempi della memoria umana. Il fatto che non si siano verificati terremoti recenti non significa che il rischio sia diminuito. La pericolosità sismica di un territorio resta sostanzialmente invariata, indipendentemente dalla frequenza con cui i cittadini percepiscono il fenomeno. Per questo motivo la prevenzione non può essere alimentata soltanto dall'emotività del momento. La cultura del rischio deve diventare parte della normalità, attraverso una comunicazione continua, programmi di educazione nelle scuole, una maggiore conoscenza della microzonazione sismica, la valutazione della vulnerabilità degli edifici e interventi di miglioramento o adeguamento sismico quando necessari. Solo mantenendo viva la memoria collettiva sarà possibile trasformare la consapevolezza in comportamenti concreti. La Terra continuerà a muoversi secondo i propri tempi geologici, indipendentemente dalla nostra capacità di ricordarlo. La vera sfida non consiste nel vivere nella paura, ma nel conservare una memoria sufficientemente lunga da fare della prevenzione un'abitudine quotidiana e non una reazione temporanea all'ultima emergenza.

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