Il Vesuvio, quel giorno del 79 d.C.
Quasi duemila anni fa, in una giornata d'autunno del 79 d.C., il Vesuvio trasformò per sempre la storia della Campania. La data tradizionalmente tramandata è il 24 agosto, ma le evidenze archeologiche e vulcanologiche hanno portato una parte importante della comunità scientifica a considerare oggi il 24–25 ottobre come la data più accreditata. La questione, tuttavia, non può essere considerata definitivamente chiusa: il Parco Archeologico di Pompei ha infatti recentemente richiamato l'attenzione sul fatto che il 24 ottobre non deriva direttamente dalla tradizione manoscritta di Plinio il Giovane.
È dunque intorno al 24 ottobre, secondo la ricostruzione oggi più diffusa, che il Vesuvio iniziò una delle più importanti eruzioni esplosive conosciute nella storia della vulcanologia. Il monte che gli abitanti della Campania romana conoscevano come un rilievo fertile, coltivato e apparentemente tranquillo entrò improvvisamente in attività dopo un lungo periodo di quiescenza. Le prime manifestazioni furono accompagnate da terremoti e da una gigantesca emissione di pomici, ceneri e gas. La colonna eruttiva si sviluppò rapidamente verso l'alto, raggiungendo decine di chilometri di quota. L'Osservatorio Vesuviano dell'INGV ricostruisce l'eruzione come una successione complessa di fasi, caratterizzate dapprima dalla formazione e dal mantenimento della colonna eruttiva e successivamente da ripetuti collassi che generarono correnti piroclastiche.
Non fu quindi una singola esplosione. Fu una lunga sequenza di fenomeni vulcanici, durante la quale il paesaggio cambiò rapidamente. Le pomici ricaddero per ore sulla zona circostante, accumulandosi sui tetti e nelle strade. A Pompei il deposito raggiunse diversi metri di spessore, mentre la progressiva oscurità trasformò il giorno in una notte improvvisa. Le scosse sismiche, già conosciute dalla popolazione a causa del devastante terremoto del 62 d.C., tornarono ad accompagnare l'attività del vulcano.
La fase più drammatica arrivò con il collasso della colonna eruttiva. Quando una colonna sostenuta dalla risalita dei gas non riesce più a mantenersi stabile, il materiale caldo può ricadere verso il vulcano e trasformarsi in correnti dense di gas e particelle: sono le correnti piroclastiche, capaci di muoversi rapidamente lungo i versanti e di raggiungere le aree abitate. Nel 79 d.C. questi fenomeni interessarono ripetutamente il territorio vesuviano, contribuendo alla distruzione di Pompei, Ercolano, Stabia e Oplontis. La loro azione fu diversa da quella della semplice ricaduta di cenere e pomici e rappresentò una delle fasi più letali dell'intera eruzione.
La ricostruzione moderna mostra inoltre che non tutto ciò che osserviamo oggi nei depositi vesuviani fu prodotto nello stesso momento. Dopo la deposizione dei materiali eruttivi, ceneri e pomici potevano essere successivamente rimobilizzate dall'acqua, generando colate e depositi di fango. È quindi importante distinguere i fenomeni direttamente legati all'eruzione dalle successive trasformazioni del materiale vulcanico.
Anche il paesaggio del vulcano venne profondamente modificato. L'eruzione interessò l'edificio del Somma-Vesuvio e contribuì alla configurazione della struttura vulcanica che conosciamo oggi. L'attuale cono del Vesuvio, tuttavia, non deve essere immaginato semplicemente come un cono “nato” durante quelle ore del 79: la sua evoluzione è legata alla storia eruttiva successiva del sistema Somma-Vesuvio. La stessa Treccani segnala che l'origine del Gran Cono e il suo rapporto con l'eruzione del 79 sono stati oggetto di discussione.
A raccontarci quegli eventi, quasi duemila anni dopo, sono soprattutto le due lettere che Plinio il Giovane inviò a Tacito. Lo storico romano aveva chiesto informazioni sulla morte dello zio, Plinio il Vecchio, prefetto della flotta di Miseno e autore della Naturalis Historia. Plinio il Vecchio si trovava a Miseno quando osservò il fenomeno e decise di avvicinarsi al teatro dell'eruzione con le navi della flotta, anche per prestare soccorso alla popolazione. Morì durante l'eruzione a Stabia, all'età di 56 anni. La causa precisa della morte non può essere stabilita con certezza sulla base delle fonti disponibili e non è quindi corretto attribuirla semplicemente a un collasso cardiaco provocato dai gas vulcanici.
Le lettere di Plinio il Giovane rappresentano comunque qualcosa di straordinario: una testimonianza storica che consente alla moderna vulcanologia di confrontare il racconto di un osservatore antico con ciò che oggi leggiamo negli strati di pomici, ceneri e depositi piroclastici. La descrizione della colonna che assume la forma di un pino, dell'oscurità, dei terremoti e della caduta dei materiali vulcanici è diventata uno dei documenti fondamentali della storia della vulcanologia.
Per questo l'eruzione del 79 d.C. è considerata l'archetipo delle eruzioni pliniane. Il termine stesso deriva dal racconto di Plinio e identifica una tipologia di eruzione esplosiva caratterizzata da una grande colonna sostenuta, dall'emissione di enormi quantità di materiale e, nelle fasi di collasso, dalla possibilità di generare correnti piroclastiche.
Oggi possiamo ricostruire molto più precisamente ciò che accadde quasi duemila anni fa, ma non possiamo trasformare ogni dettaglio in una certezza assoluta. La data esatta resta oggetto di discussione; l'orario di inizio è una ricostruzione; la sequenza eruttiva viene continuamente affinata dagli studi stratigrafici e vulcanologici. Ed è proprio questo il valore della ricerca scientifica: non limitarsi a ripetere una storia già conosciuta, ma continuare a confrontare documenti, depositi, dati archeologici e modelli fisici per capire sempre meglio ciò che accadde.
Il Vesuvio del 79 d.C. non è soltanto la storia della distruzione di Pompei. È uno straordinario archivio naturale nel quale storia, archeologia, geologia e vulcanologia si incontrano. Sotto quei metri di pomici e ceneri è rimasto conservato un istante della storia romana; negli strati vulcanici, invece, è rimasta registrata la memoria fisica di una delle più grandi eruzioni esplosive dell'Europa mediterranea.
Quasi duemila anni dopo, continuiamo a leggerla nello stesso modo in cui leggiamo un archivio: un livello alla volta.


Commenti
Posta un commento