Il termometro non basta più: la memoria termica del territorio

Per descrivere un’ondata di calore siamo abituati a guardare il termometro. Temperatura massima, durata dell’episodio, umidità e temperature minime notturne sono parametri fondamentali. Ma raccontano soltanto una parte della storia. Un territorio non affronta ogni giornata calda partendo da zero. Dopo una settimana di temperature elevate, un edificio ha accumulato calore, il suolo ha perso parte della propria umidità, la vegetazione è sottoposta a maggiore stress e una città può continuare a rilasciare durante la notte una parte dell’energia accumulata durante il giorno.


Quando arriva un nuovo giorno caldo, quindi, il sistema non è più quello di una settimana prima.
È questa semplice osservazione che può aprire una prospettiva diversa sul rischio da calore estremo: non misurare soltanto quanto è intenso il caldo, ma anche lo stato nel quale il territorio arriva al successivo impulso termico.
La scienza del clima dispone oggi di strumenti sempre più sofisticati per descrivere gli eventi estremi. Ma il rischio reale nasce dall’interazione fra pericolo, esposizione, vulnerabilità e capacità di risposta.
L’IPCC ha evidenziato l’importanza degli eventi composti e concatenati: caldo e siccità, per esempio, possono verificarsi contemporaneamente o in successione, aumentando le conseguenze su ecosistemi, agricoltura, infrastrutture e società.
Questo cambia anche il modo di guardare a un’ondata di calore.
Una temperatura di 38 °C può essere identica dal punto di vista meteorologico in due giornate diverse, mentre il territorio che la riceve può trovarsi in condizioni completamente differenti.
È un principio comune a molti sistemi fisici: non conta soltanto l’intensità dell’ultima sollecitazione, ma anche ciò che è accaduto prima.
Da qui nasce un concetto interessante, ancora da sviluppare scientificamente: lo stress termico cumulativo del territorio.
Non è un indice ufficiale e non pretende di esserlo. È una possibile chiave interpretativa. La parte più interessante potrebbe trovarsi proprio nelle ore notturne.
Una notte relativamente fresca consente al sistema di dissipare una parte del calore accumulato durante il giorno. Una notte molto calda riduce invece questa possibilità.
Se il giorno successivo arriva un’altra temperatura elevata, il nuovo carico termico si sovrappone a condizioni che non sono completamente rientrate verso lo stato precedente.
Il processo può essere rappresentato semplicemente:

calore → recupero parziale → nuovo calore → ulteriore accumulo → nuovo recupero parziale.

Non significa che esista una quantità unica di “calore residuo” facilmente misurabile. Edifici, suolo, vegetazione e atmosfera hanno tempi di risposta differenti.
Ma il principio è importante: la capacità di recuperare tra due eventi può essere importante quanto l’intensità dell’evento stesso.
La temperatura minima notturna assume così un significato ulteriore. Non è soltanto il valore più basso della giornata: può diventare una delle variabili utili a descrivere la capacità di recupero di un ambiente.
La prospettiva diventa ancora più interessante quando si passa dalla città al territorio.
Il suolo è un sistema dinamico. Tessitura, struttura, porosità, sostanza organica, copertura vegetale e contenuto d’acqua ne condizionano il comportamento.


Durante periodi caldi e siccitosi aumentano, in determinate condizioni, le perdite d’acqua per evaporazione ed evapotraspirazione. I terreni possono modificare il proprio stato idrico e, in alcune litologie, possono comparire fenomeni di ritiro e fessurazione.
Non significa che un suolo secco diventi automaticamente impermeabile. La risposta varia enormemente in funzione delle caratteristiche del terreno e delle condizioni precedenti.
Quando arriva una precipitazione intensa dopo settimane di caldo e siccità, la pioggia può incontrare un territorio diverso da quello che avrebbe incontrato all’inizio della stagione.
Questa è la connessione più interessante tra rischio termico e rischio idrologico.
Il caldo non deve necessariamente “causare” l’alluvione. Può contribuire a modificare le condizioni iniziali con cui il territorio affronta la precipitazione successiva.
Una delle evoluzioni più importanti della scienza del rischio consiste proprio nel superamento della lettura dei fenomeni come eventi isolati.
Una sequenza estiva può, in determinate condizioni, assumere una forma complessa:



caldo prolungato → deficit idrico → stress della vegetazione → maggiore vulnerabilità agli incendi → modificazione delle condizioni superficiali → precipitazione intensa → erosione e deflusso.


Non è una catena inevitabile e non deve essere interpretata come un rapporto causa-effetto automatico.
È piuttosto una possibile interazione fra stati successivi del sistema.
Il rischio, quindi, può iniziare a costruirsi prima dell’evento che alla fine produce il danno, attraverso modificazioni progressive delle condizioni del territorio.
Verso una mappa dello “stato termico"
Da questa prospettiva potrebbe nascere una nuova generazione di sistemi di monitoraggio.
Non servirebbe semplicemente aumentare il numero dei termometri. Sarebbe necessario integrare informazioni diverse: temperatura dell’aria e del suolo, minime notturne, umidità del terreno, radiazione, vento, evapotraspirazione, copertura vegetale, caratteristiche urbane e condizioni delle infrastrutture.
Il risultato potrebbe essere una mappa dello stato termico territoriale.
Non una carta che indica soltanto dove fa più caldo, ma una rappresentazione dinamica di dove il sistema sta accumulando maggiore stress e dove conserva ancora una significativa capacità di recupero.
Due quartieri con la stessa temperatura dell’aria potrebbero presentare condizioni differenti per densità edilizia, materiali, ventilazione, vegetazione e superfici impermeabili.
Lo stesso vale per due aree agricole apparentemente identiche, ma caratterizzate da condizioni di umidità del suolo molto diverse.
Da questa idea potrebbe svilupparsi, in futuro, un indicatore sperimentale che possiamo chiamare Indice di Recupero Termico Territoriale. 
Non esiste oggi come standard normativo o parametro scientifico consolidato. È una proposta concettuale, utile per indicare una possibile direzione di ricerca.
L’obiettivo sarebbe descrivere la capacità di un sistema territoriale di ridurre lo stress accumulato tra un episodio caldo e quello successivo.
In forma estremamente semplificata:
stress accumulato − capacità di recupero = stress residuo.


La formula non pretende di rappresentare la complessità reale del territorio. Serve a introdurre un principio.
Un sistema che recupera rapidamente può affrontare un nuovo impulso termico in condizioni migliori. Un sistema che recupera lentamente può arrivare allo stesso impulso con una quota di stress ancora presente.
La stessa temperatura, quindi, può produrre effetti differenti. 
Per molto tempo abbiamo costruito la prevenzione attorno alla previsione degli eventi: quanto pioverà, quanto sarà forte un terremoto, quale temperatura raggiungeremo.
Il passo successivo potrebbe essere prevedere anche lo stato del sistema che dovrà affrontare quell’evento.
Un territorio può diventare progressivamente più vulnerabile dopo settimane di stress, senza che siano cambiate improvvisamente la sua geologia o la sua struttura urbana.
Sono cambiate le condizioni fisiche del sistema.
In questo senso possiamo parlare, con prudenza, di una “memoria termica” del territorio.
Non una memoria biologica e nemmeno una nuova legge della fisica, ma la traccia lasciata dalle condizioni precedenti sullo stato attuale del sistema.
Il futuro della gestione del caldo estremo potrebbe quindi non essere rappresentato soltanto da una nuova soglia o da un nuovo colore nelle mappe di allerta.
Potrebbe consistere nella capacità di leggere la traiettoria del territorio.
Sapere quanto caldo farà domani continuerà a essere indispensabile.
Ma potrebbe diventare altrettanto importante sapere da quale stato il territorio arriverà a domani.
Perché il termometro misura la temperatura.
La resilienza misura quanto un sistema è ancora capace di recuperare.
E forse una parte ancora poco esplorata del rischio climatico si trova proprio lì: nel tempo che separa due eventi estremi e nella capacità del territorio di tornare a respirare prima che ne arrivi un altro.

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