Il rischio cresce senza che la natura cambi

L’analisi delle trasformazioni territoriali, di cui il contesto vesuviano rappresenta storicamente uno degli esempi più emblematici e studiati al mondo, permette di comprendere una delle dinamiche più importanti della moderna gestione dei rischi naturali: il rischio può aumentare anche quando la pericolosità naturale rimane sostanzialmente invariata. Per comprendere questo meccanismo è utile partire dalla formulazione concettuale più conosciuta utilizzata nella valutazione del rischio, secondo la quale

R = P × V × E,

  • (R) rischio
  • (P) pericolosità,
  • (V) vulnerabilità
  • (E) il valore esposto.

Non si tratta di un’equazione universale da applicare indistintamente a ogni metodologia di analisi, ma di uno schema interpretativo estremamente efficace per comprendere come un fenomeno naturale possa produrre conseguenze molto diverse a seconda del territorio sul quale agisce. 

La pericolosità esprime infatti la probabilità che un determinato fenomeno naturale, come un terremoto, un’eruzione, una frana o un’alluvione, possa verificarsi con determinate caratteristiche in una specifica area e in un determinato intervallo temporale. È una componente prevalentemente legata ai processi naturali e alla loro dinamica fisica, anche se la sua valutazione può essere aggiornata nel tempo in funzione delle nuove conoscenze scientifiche e, in alcuni casi, delle trasformazioni territoriali che modificano le condizioni al contorno. 

La vulnerabilità, invece, descrive la predisposizione degli elementi esposti a subire danni in conseguenza dell’evento: un edificio vulnerabile, un’infrastruttura strategica, una rete tecnologica o un sistema urbano possono reagire in maniera molto diversa alla medesima sollecitazione. 

Infine vi è l’esposizione, cioè la quantità e il valore degli elementi presenti nell’area potenzialmente interessata: persone, abitazioni, attività produttive, infrastrutture, reti di trasporto, servizi essenziali, patrimonio storico e beni economici. Ed è proprio questa componente ad aver subito, in molte aree italiane, la trasformazione più significativa nel corso degli ultimi decenni. 

Mentre la pericolosità geologica, sismica o vulcanica non segue i tempi dell’espansione urbana, l’uomo ha progressivamente aumentato la quantità di persone e beni collocati all’interno delle aree naturalmente esposte.

Il risultato è un fenomeno apparentemente paradossale: a parità di pericolosità e, ipotizzando anche invariata la vulnerabilità, l’aumento dell’esposizione determina un incremento del rischio complessivo.

Se un territorio caratterizzato da una determinata pericolosità passa, nel tempo, da essere scarsamente abitato a ospitare migliaia o milioni di persone, il fenomeno naturale non è necessariamente diventato più intenso o più frequente; è aumentato ciò che può essere colpito dalle sue conseguenze. È questa la ragione per cui la crescita urbana rappresenta un elemento centrale nell’analisi del rischio territoriale. La progressiva impermeabilizzazione del suolo, la trasformazione delle aree agricole e naturali, la concentrazione di insediamenti residenziali e produttivi e la realizzazione di infrastrutture all’interno di territori già caratterizzati da pericolosità note hanno determinato una crescita dell’esposizione che, in numerosi contesti, non è stata accompagnata da una corrispondente riduzione della vulnerabilità. In questo senso la cementificazione non deve essere interpretata soltanto come un problema paesaggistico o urbanistico: può diventare un vero e proprio moltiplicatore delle conseguenze potenziali degli eventi naturali. 

Ogni nuovo edificio, ogni infrastruttura e ogni attività economica collocata in un'area esposta aggiunge infatti valore e persone che potrebbero essere coinvolti da un futuro evento. Nel caso dei fenomeni idraulici, inoltre, la trasformazione territoriale può produrre un effetto ancora più complesso, perché l’impermeabilizzazione delle superfici, la modifica del reticolo di drenaggio, la riduzione delle aree naturali di accumulo e le trasformazioni morfologiche possono alterare anche la risposta fisica del territorio agli eventi meteorici, incidendo quindi sulle condizioni che concorrono alla pericolosità stessa. Per questo motivo sarebbe riduttivo affermare semplicemente che “il rischio aumenta perché aumenta la pericolosità”: in molti casi il problema è esattamente l’opposto. La pericolosità può rimanere quella di sempre, mentre siamo noi ad aver modificato radicalmente la quantità di territorio, popolazione e patrimonio che si trova esposta ad essa. Il Vesuvio rende questa dinamica particolarmente evidente. Il vulcano non ha bisogno di diventare più pericoloso perché il rischio associato alle sue future manifestazioni aumenti: è sufficiente che cresca il numero di persone, edifici, infrastrutture e attività economiche presenti nell’area potenzialmente interessata. 

La stessa logica, con fenomeni differenti, riguarda le aree sismiche, i territori montani soggetti a frane, le pianure alluvionali e numerosi altri contesti italiani. Ed è proprio qui che la pianificazione territoriale assume un ruolo decisivo: non può modificare le leggi della geologia, ma può decidere quanto territorio esporre a quelle leggi e quanto valore concentrare al loro interno. 

Il rischio, quindi, non è soltanto una misura della forza della natura. È anche la fotografia delle nostre scelte territoriali. Quando la pericolosità resta sostanzialmente la stessa ma aumentano progressivamente esposizione e vulnerabilità, il territorio non diventa necessariamente più pericoloso: diventa semplicemente molto più fragile rispetto a un evento che, prima o poi, appartiene alla sua naturale storia geologica.

 

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