Il caldo estremo è già disuguaglianza

Per anni abbiamo trattato il caldo estremo come una parentesi estiva: qualche bollettino, un'allerta, un'ordinanza e poi tutto torna alla normalità. Il problema è che quella normalità non esiste più. Il cambiamento climatico sta trasformando il caldo estremo in un fattore strutturale di rischio. E non colpisce tutti allo stesso modo. Chi vive in un'abitazione efficiente, dispone di sistemi di raffrescamento, può ridurre l'esposizione nelle ore più calde e ha accesso ai servizi sanitari parte da una posizione completamente diversa rispetto a chi vive in edifici vulnerabili al surriscaldamento, lavora all'aperto, non può sostenere facilmente i costi energetici o abita in quartieri fortemente urbanizzati e poveri di verde. Il caldo, quindi, non è più soltanto una questione meteorologica.

È diventato una questione di territorio, salute, energia, reddito e disuguaglianza.

 

 


I dati disponibili mostrano che non siamo di fronte a una semplice successione di estati anomale.  Secondo il Copernicus Climate Change Service, il 2024 è stato l'anno più caldo mai registrato in Europa: la temperatura media europea ha raggiunto 10,69 °C, pari a +1,47 °C rispetto alla media 1991-2020 e 0,28 °C oltre il precedente record del 2020. Anche la primavera e l'estate 2024 sono risultate le più calde della serie europea.  Il dato non deve essere isolato dal contesto più recente. Nel 2026 il quadro continua a mostrare episodi termici eccezionali. Giugno 2026 è stato il secondo giugno più caldo mai registrato in Europa, con una temperatura media sulle terre emerse europee di 19,14 °C, cioè 1,78 °C sopra la media 1991-2020. Nell'Europa occidentale, durante la seconda metà del mese, un'intensa ondata di calore ha prodotto numerosi record mensili e, in alcuni Paesi, anche record assoluti giornalieri. Luglio 2026 è stato invece l'11° luglio più caldo mai registrato in Europa, con una temperatura media continentale di 20,49 °C, pari a +0,66 °C rispetto alla media 1991-2020. Ma il dato più significativo riguarda ancora una volta l'Europa occidentale: il periodo giugno-luglio 2026 è risultato il più caldo mai registrato in quell'area, con una temperatura media di 21,62 °C e un'anomalia di +2,79 °C.  Non è scientificamente corretto affermare, ad agosto 2026, che il 2026 sarà l'anno più caldo: l'anno non è ancora concluso. È però altrettanto difficile considerare episodici segnali di questa portata.  L'European Environment Agency evidenzia come l'impatto del caldo dipenda dall'interazione tra esposizione, caratteristiche individuali, condizioni abitative, contesto urbano e fattori socioeconomici. L'invecchiamento della popolazione, l'urbanizzazione e la maggiore prevalenza di alcune condizioni di salute hanno inoltre contribuito ad aumentare la vulnerabilità della popolazione europea al caldo. Anziani, bambini, persone con determinate patologie, lavoratori esposti all'aperto e popolazioni economicamente o socialmente svantaggiate possono quindi trovarsi in condizioni di rischio molto differenti. Due persone possono vivere nella stessa città e sperimentare temperature simili, ma avere una capacità completamente diversa di difendersi. Una può vivere in un edificio efficiente, utilizzare il raffrescamento e modificare i propri orari di esposizione. L'altra può vivere all'ultimo piano di un edificio che accumula calore, lavorare all'aperto e non poter sostenere agevolmente il costo dell'energia.

E il bilancio sanitario è pesante. Il Copernicus Climate Change Service stima circa 62.800 decessi associati al caldo in Europa nel 2024, contro 47.700 nel 2023 e 61.700 nel 2022. Copernicus precisa che il caldo estremo è stato, negli ultimi decenni, di gran lunga il principale fattore associato alle morti provocate dagli eventi meteorologici e climatici estremi in Europa.

Si tratta di una stima epidemiologica, non di un conteggio anagrafico diretto delle singole vittime: proprio per questo è corretto parlare di decessi associati al caldo.

Nelle aree urbane il cambiamento climatico si combina con l'isola di calore urbana. Asfalto, cemento, superfici impermeabili, densità edilizia e ridotta presenza di vegetazione possono favorire l'accumulo di energia durante il giorno e ostacolare il raffrescamento notturno. È un problema particolarmente rilevante durante le ondate di calore prolungate. Quando le temperature rimangono elevate anche durante la notte, l'organismo dispone di meno possibilità di recuperare dallo stress termico accumulato durante il giorno. Per questo le cosiddette notti tropicali non rappresentano soltanto un problema di comfort urbano, ma possono contribuire all'aumento dell'esposizione sanitaria al caldo. La risposta non può essere semplicemente climatizzare sempre di più gli edifici. Una città adattata al caldo dovrebbe essere progettata per ridurre l'esposizione prima ancora di dover ricorrere al raffrescamento artificiale: alberature, ombreggiamento, superfici permeabili, spazi verdi, edifici meno vulnerabili al surriscaldamento e una pianificazione capace di considerare ventilazione e morfologia urbana.

Il raffrescamento artificiale è uno strumento importante di protezione durante le ondate di calore. Ma non può diventare l'unica strategia di adattamento.

I dati ISTAT mostrano che nel 2024 il 56,0% delle famiglie italiane disponeva di almeno un sistema di condizionamento, rispetto al 48,8% del 2021. Il dato comprende impianti centralizzati, autonomi e apparecchi singoli.

La disponibilità di un impianto, tuttavia, non significa automaticamente poterlo utilizzare senza difficoltà economiche: esistono i costi dell'energia, della manutenzione e dell'efficienza dell'abitazione.

Da qui nasce il problema della cooling poverty, cioè la difficoltà di mantenere condizioni termiche adeguate negli ambienti domestici per ragioni economiche, energetiche o strutturali.

L'aumento della domanda di raffrescamento rappresenta inoltre una questione energetica: durante le ondate di calore la domanda di elettricità può crescere proprio mentre aumenta la necessità di garantire continuità ai servizi essenziali.

Il problema, quindi, non è il condizionatore.

È affidare la protezione dal caldo quasi esclusivamente alla capacità economica del singolo di acquistarlo e mantenerlo in funzione.

La continuità dell'alimentazione elettrica può assumere particolare importanza per le persone che utilizzano apparecchiature elettromedicali salvavita.

ARERA riconosce specifiche tutele per i clienti domestici che utilizzano tali apparecchiature e nel 2026 ha avviato un percorso per valutare ulteriori misure di protezione finalizzate a favorire la continuità della fornitura e limitare gli effetti delle interruzioni.

Anche la conservazione dei medicinali può richiedere condizioni termiche precise. AIFA ricorda, ad esempio, che l'insulina deve essere conservata secondo le condizioni previste per il singolo prodotto; per numerose formulazioni la conservazione refrigerata è indicata tra 2 e 8 °C.

Questo non significa che ogni interruzione elettrica provochi automaticamente la compromissione di una terapia. Significa che la pianificazione della resilienza energetica deve considerare anche le persone e le apparecchiature per le quali la continuità della fornitura può avere rilevanza sanitaria.

Anche su questo punto occorre evitare semplificazioni.

Non esiste un obbligo nazionale generalizzato che imponga a ogni Comune di possedere un'unica “anagrafe dei fragili” integrata tra Medici di Medicina Generale, ASL e Centro Operativo Comunale.

Esiste però un quadro istituzionale che richiede di considerare la popolazione con specifiche necessità nella pianificazione e nell'assistenza.

Il Dipartimento della Protezione Civile ha emanato nel 2025 specifiche indicazioni operative per la pianificazione inclusiva e il coordinamento degli interventi a favore delle persone con specifiche necessità di assistenza, in attuazione degli indirizzi nazionali sulla pianificazione di protezione civile.

Il tema, quindi, non è l'assenza assoluta di strumenti.



È la necessità di trasformare le informazioni disponibili in procedure operative, aggiornate e realmente utilizzabili durante un'emergenza, garantendo il necessario coordinamento tra i soggetti competenti.

Una parte della risposta deve riguardare la struttura fisica delle città. Alberature, parchi, corridoi verdi, superfici permeabili, ombreggiamento e infrastrutture verdi possono ridurre l'esposizione al calore e migliorare la qualità degli spazi urbani.

Esiste poi una seconda questione: l'equità. Una riqualificazione ambientale può aumentare l'attrattività di un quartiere e, in determinate condizioni, contribuire alla crescita dei valori immobiliari e al rischio di gentrificazione. Una politica climatica seria deve quindi interrogarsi anche su chi beneficerà degli interventi e chi potrà continuare a vivere nelle aree riqualificate.

Un quartiere non è climaticamente resiliente se per renderlo più vivibile bisogna prima renderlo economicamente inaccessibile.

Il quadro italiano dispone di strumenti per affrontare la vulnerabilità. Il D.Lgs. 1/2018 – Codice della Protezione Civile attribuisce alla pianificazione un ruolo centrale nella previsione, prevenzione e gestione delle emergenze. Le successive direttive nazionali hanno sviluppato indirizzi per la pianificazione ai diversi livelli territoriali e per l'inclusione delle persone con specifiche necessità.

In Campania, la L.R. 22 maggio 2017, n. 12 disciplina il sistema regionale di Protezione Civile. La Regione ha successivamente approvato con D.G.R. n. 738 del 7 dicembre 2023 gli indirizzi regionali per la pianificazione provinciale, d'ambito e comunale, richiamando espressamente il D.Lgs. 1/2018, la legge regionale e la Direttiva PCM del 30 aprile 2021. Il problema, quindi, non è sostenere che la normativa ignori la vulnerabilità. Il problema è molto più concreto: quanto della pianificazione viene realmente trasformato in conoscenza del territorio, procedure aggiornate, risorse e capacità operativa?

Il caldo estremo sta modificando anche l'organizzazione del lavoro, diverse Regioni hanno adottato provvedimenti per limitare l'esposizione dei lavoratori nei settori maggiormente esposti, utilizzando anche le previsioni del sistema Worklimate, sviluppato da CNR e INAIL. Questi provvedimenti rappresentano una misura concreta di adattamento. Ma non esiste una fascia oraria nazionale unica valida per tutte le attività: orari, settori e condizioni operative dipendono dai singoli provvedimenti regionali. E soprattutto, un'ordinanza può ridurre l'esposizione del lavoratore.

Il caldo estremo richiede certamente prevenzione sanitaria, sistemi di allerta, protezione dei lavoratori e capacità di intervento. Ma esiste un punto oltre il quale la gestione emergenziale diventa una scorciatoia. Se ogni estate siamo costretti a moltiplicare bollettini, ordinanze e protocolli per affrontare lo stesso fenomeno, mentre continuiamo a costruire città che accumulano calore, edifici vulnerabili al surriscaldamento e quartieri privi di adeguate infrastrutture verdi, allora il problema non è soltanto l'intensità dell'ondata di calore. È la nostra incapacità di progettare il territorio per il clima reale. Il 2026 non può ancora essere definito l'anno più caldo: i dati annuali saranno disponibili soltanto a consuntivo. Ma ad agosto il quadro è già inequivocabile: il giugno-luglio 2026 è stato il periodo più caldo mai registrato nell'Europa occidentale, mentre il 2024 rimane il record europeo annuale. Il caldo estremo, dunque, non è più soltanto un problema meteorologico da gestire quando arriva. È una variabile strutturale della pianificazione urbana, sanitaria, energetica e del lavoro. E quando il caldo diventa strutturale, anche la disuguaglianza che produce rischia di diventare strutturale. Il clima non sceglie chi colpire. È il territorio a determinare chi è più esposto. E sono le condizioni sociali a determinare chi può permettersi di difendersi.

 

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