24 agosto 2016 – 24 agosto 2026: dieci anni dal sisma di Amatrice, tra memoria e ricostruzione
Alle 3:36 del 24 agosto 2016 una scossa di magnitudo 6.0 colpì l’Appennino centrale. In pochi secondi Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e numerosi altri centri furono travolti da una delle più gravi sequenze sismiche della storia recente italiana. Morirono 299 persone, migliaia di edifici furono danneggiati o distrutti e intere comunità furono costrette ad affrontare una lunga emergenza che, nei mesi successivi, sarebbe stata aggravata da nuove e importanti scosse.
A dieci anni di distanza, il 24 agosto non può essere soltanto una ricorrenza. È una data che obbliga a tenere insieme memoria, conoscenza scientifica, ricostruzione e prevenzione. Il bilancio del decennale restituisce infatti un quadro molto più articolato di quello che può emergere osservando soltanto i cantieri ancora aperti. Secondo il Rapporto 2026 del Commissario Straordinario per la ricostruzione, aggiornato al 31 maggio, nel cratere del sisma sono state presentate 36.149 richieste di contributo per la ricostruzione privata, per un valore complessivo di 17,82 miliardi di euro. I contributi concessi hanno raggiunto 12,59 miliardi, mentre le liquidazioni attraverso Cassa Depositi e Prestiti hanno superato gli 8 miliardi. I cantieri privati autorizzati sono 23.361 e quelli conclusi 14.968, pari a oltre il 64% del totale. Sono numeri che descrivono una ricostruzione ormai entrata in una fase molto diversa da quella dei primi anni, ma che non devono essere interpretati come la conclusione del processo. Restano infatti migliaia di interventi da completare e una parte delle comunità non è ancora tornata alla piena normalità. Anche sul fronte pubblico la dimensione del lavoro rimane enorme. La programmazione comprende 3.667 interventi per un valore superiore a 4,85 miliardi di euro. Secondo il rapporto del decennale, circa il 40% degli interventi pubblici è costituito da lavori in corso o opere concluse, mentre quelli non ancora avviati sono scesi al 2,5%; nel complesso, il 98% delle opere risulta sbloccato e avviato sotto il profilo amministrativo.
Questo dato è particolarmente significativo perché la ricostruzione pubblica non riguarda soltanto edifici danneggiati. Significa intervenire su scuole, municipi, infrastrutture, servizi, beni culturali, viabilità e spazi che costituiscono l'ossatura materiale di una comunità. Ricostruire una casa permette a una famiglia di tornare; ricostruire una scuola, un municipio o un'infrastruttura significa contribuire alla possibilità stessa che un territorio continui a vivere. Il decennale mostra anche quanto la ricostruzione post-sismica sia diventata un laboratorio amministrativo e tecnico. Per affrontare la complessità di un cratere esteso su quattro regioni e 138 Comuni, sono state introdotte procedure, strumenti finanziari e modalità organizzative finalizzate ad accelerare gli interventi e a ridurre gli ostacoli che hanno caratterizzato soprattutto le prime fasi. Tra le misure più recenti rientra anche l'impiego di 1,3 miliardi di euro per affrontare le criticità legate alla coda del Superbonus e consentire la messa in sicurezza di circa 5.000 cantieri. Ma il vero significato della ricostruzione non dovrebbe essere misurato soltanto in euro, autorizzazioni e metri quadrati. Un terremoto non distrugge esclusivamente edifici: interrompe relazioni, attività economiche, servizi, identità e continuità territoriale. Per questo il ritorno alla normalità non coincide necessariamente con la fine dei lavori edilizi. Il rischio più difficile da ricostruire è quello dello spopolamento. Un paese può essere ricostruito fisicamente e, allo stesso tempo, perdere una parte della propria popolazione, delle attività economiche e delle funzioni che lo rendevano vivo. Il Rapporto del Commissario sottolinea proprio la necessità di affiancare alla ricostruzione materiale politiche di sviluppo economico, innovazione, lavoro e contrasto allo spopolamento. È qui che la ricostruzione incontra la prevenzione. Il terremoto del 2016 ha ricordato, ancora una volta, che non è possibile impedire a un terremoto di verificarsi, ma è possibile ridurne drasticamente le conseguenze attraverso la conoscenza della pericolosità, una corretta pianificazione territoriale, la qualità della progettazione e il miglioramento della vulnerabilità degli edifici. La sicurezza sismica non è quindi un elemento aggiuntivo rispetto alla ricostruzione: dovrebbe esserne uno dei principi fondamentali. Gli interventi realizzati nel cratere rappresentano anche un'occasione per sperimentare soluzioni più avanzate nell'ambito della progettazione strutturale, dell'efficienza energetica, della riduzione dell'impatto ambientale e del monitoraggio. Ma la vera innovazione non consiste nell'utilizzare una tecnologia più moderna: consiste nel progettare edifici e territori conoscendo meglio il comportamento del sottosuolo, la pericolosità sismica locale e le vulnerabilità presenti. In questo senso, la ricostruzione può diventare una forma concreta di prevenzione futura. Dieci anni dopo, però, sarebbe sbagliato trasformare il bilancio in una semplice celebrazione dei risultati raggiunti. I numeri mostrano un'accelerazione evidente, ma mostrano anche la dimensione del lavoro ancora necessario. Lo stesso Commissario, nel bilancio del decennale, considera la ricostruzione ancora a metà del percorso e richiama come termine di confronto l'esperienza del Friuli del 1976, completata nell'arco di circa 19 anni, sottolineando però le differenti dimensioni territoriali e amministrative dei due contesti. Il tempo trascorso, dunque, non cancella la necessità di continuare a ricostruire. Al contrario, rende ancora più importante interrogarsi su ciò che abbiamo imparato. Il terremoto del 24 agosto 2016 non appartiene soltanto alla memoria di chi lo ha vissuto. Appartiene alla storia della gestione del rischio sismico in Italia e dovrebbe rappresentare una lezione permanente per tutti i territori caratterizzati da elevata pericolosità. Ricordare le 299 vittime significa anche riconoscere che la prevenzione non può iniziare dopo un terremoto. Deve iniziare prima, quando gli edifici sono ancora in piedi, quando gli strumenti urbanistici possono ancora essere aggiornati e quando le conoscenze geologiche e sismologiche possono essere trasformate in scelte concrete. Dieci anni dopo Amatrice, Accumoli e Arquata, la ricostruzione continua. Ma insieme alla ricostruzione deve continuare anche la costruzione di una cultura della sicurezza. Perché la memoria di un terremoto ha davvero un valore soltanto quando diventa conoscenza, e la conoscenza diventa prevenzione.


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