OLTRE L'EMERGENZA ESTIVA: VENT'ANNI DI EVOLUZIONE DEGLI INCENDI BOSCHIVI IN CAMPANIA TRA CAMBIAMENTI AMBIENTALI, CLIMA E TELERILEVAMENTO SATELLITARE

Ogni estate, con l'aumento delle temperature e il susseguirsi degli incendi boschivi, l'attenzione dell'opinione pubblica si concentra inevitabilmente sulla fase emergenziale: mezzi aerei, squadre antincendio, evacuazioni e spegnimento dei fronti di fiamma. È una reazione comprensibile, ma profondamente insufficiente se l'obiettivo è ridurre realmente il rischio. L'incendio boschivo, infatti, non rappresenta un evento isolato, bensì il risultato finale di un insieme complesso di trasformazioni ambientali, climatiche e territoriali che si sviluppano nell'arco di anni o addirittura decenni. Comprendere tali dinamiche significa passare da una logica esclusivamente reattiva ad una gestione preventiva del territorio, fondata sull'analisi scientifica dei processi che favoriscono l'innesco e la propagazione del fuoco. Un importante contributo in questa direzione proviene dallo studio pubblicato nel 2025 sulla rivista Ecological Informatics dagli studiosi Hanieh Dadkhah, Divyeshkumar Rana, Ebrahim Ghaderpour e Paolo Mazzanti, intitolato Analyzing wildfire patterns and climate interactions in Campania, Italy: A multi-sensor remote sensing study. La ricerca analizza vent'anni di evoluzione degli incendi boschivi nella regione Campania (2001-2020), offrendo una delle ricostruzioni più complete disponibili sulle relazioni tra incendi, trasformazioni della copertura del suolo, andamento climatico e caratteristiche della vegetazione. L'aspetto più innovativo dello studio risiede nell'approccio metodologico integrato. Nessun singolo satellite è infatti in grado di descrivere, da solo, l'intera complessità del fenomeno. Gli autori hanno quindi costruito un sistema di analisi multi-sensore e multi-scala, integrando differenti sorgenti di dati satellitari. Le immagini MODIS hanno consentito di monitorare l'evoluzione delle aree percorse dal fuoco, della copertura del suolo, della temperatura superficiale terrestre (Land Surface Temperature - LST) e dell'indice di vegetazione NDVI (Normalized Difference Vegetation Index), mentre il dataset CHIRPS ha fornito una serie storica ad elevata risoluzione delle precipitazioni. L'integrazione di questi archivi permette di osservare contemporaneamente gli effetti del clima, della vegetazione e delle trasformazioni territoriali, superando le limitazioni tipiche delle analisi basate su un solo parametro. Dal punto di vista statistico, il lavoro utilizza strumenti particolarmente robusti. Le tendenze temporali delle diverse classi di copertura del suolo vengono individuate mediante il test non parametrico di Mann-Kendall, uno dei metodi più affidabili per individuare trend significativi nelle serie temporali ambientali, mentre la velocità del cambiamento viene quantificata attraverso lo stimatore della pendenza di Sen (Sen's Slope), capace di fornire una misura quantitativa dell'incremento o della diminuzione delle superfici interessate. Le relazioni tra incendi e variabili climatiche vengono invece valutate mediante il coefficiente di correlazione di Pearson, consentendo di misurare l'intensità dei legami tra temperatura, precipitazioni, stato della vegetazione e superficie percorsa dal fuoco. I risultati evidenziano come il paesaggio campano sia cambiato profondamente nel corso dei due decenni analizzati. Uno degli aspetti più significativi riguarda la progressiva e diffusa riduzione delle superfici a prateria. Il fenomeno interessa tutte le province della regione, ma assume particolare rilevanza nella provincia di Avellino, dove la perdita raggiunge circa 17,69 km² ogni anno. Parallelamente si osserva una marcata espansione dei cosiddetti grassy woodlands, ovvero boschi radi e formazioni forestali aperte, con incrementi annuali di 16,51 km² nella provincia di Avellino e di oltre 11 km² in quella di Benevento. Dal punto di vista geologico-ambientale, questa trasformazione assume un significato estremamente importante. Il rischio di incendio non dipende soltanto dalla presenza di vegetazione, ma soprattutto dalla quantità, dalla continuità e dalla tipologia del combustibile vegetale disponibile. L'espansione di boschi radi e della vegetazione arbustiva modifica la struttura del paesaggio, favorendo in molti casi la continuità del combustibile e aumentando la possibilità che un incendio possa propagarsi rapidamente su superfici estese. In altre parole, il territorio evolve spontaneamente verso configurazioni che, in determinate condizioni meteorologiche, possono risultare più vulnerabili allo sviluppo di incendi di elevata intensità.
Lo studio mette inoltre in evidenza il ruolo determinante della temperatura superficiale del terreno. La Land Surface Temperature mostra infatti una correlazione positiva con l'estensione delle aree percorse dal fuoco, raggiungendo il valore massimo nella provincia di Caserta (r = 0,67). Tale risultato conferma come lo stress termico superficiale rappresenti uno dei principali fattori predisponenti agli incendi, poiché temperature elevate favoriscono la rapida perdita di umidità del combustibile vegetale e riducono la soglia energetica necessaria all'innesco. Di particolare interesse è anche il comportamento dell'indice NDVI, utilizzato da decenni nel telerilevamento per valutare il vigore e lo stato fisiologico della vegetazione. Lo studio evidenzia una correlazione fortemente negativa tra NDVI e superficie incendiata, con il valore più elevato registrato nella provincia di Avellino (r = -0,70). Ciò significa che aree caratterizzate da vegetazione sana, continua e vigorosa risultano generalmente meno vulnerabili agli incendi rispetto a territori degradati o soggetti a stress idrico. La qualità ecologica della copertura vegetale diventa quindi un elemento fondamentale nella prevenzione del rischio. Le precipitazioni mostrano invece un comportamento più complesso. Pur mantenendo una correlazione negativa con le superfici percorse dal fuoco, il loro effetto risulta meno marcato rispetto a temperatura e stato della vegetazione. Il valore più significativo viene osservato nella provincia di Benevento (r = -0,52). Questo suggerisce come il regime pluviometrico rappresenti solo uno dei molteplici fattori che influenzano il rischio incendio: periodi piovosi favoriscono certamente il mantenimento dell'umidità del combustibile, ma non sono sufficienti, da soli, a spiegare la distribuzione spaziale e temporale degli eventi. 
Uno degli aspetti metodologici più interessanti della ricerca riguarda la diversa capacità dei sensori satellitari di individuare gli incendi in funzione della loro risoluzione spaziale. Il caso studio dell'incendio del Monte Epomeo, sull'isola d'Ischia nel 2017, costituisce un esempio estremamente significativo. Attraverso l'impiego delle immagini Sentinel-2, elaborate mediante l'indice differenziale di severità dNBR (Differenced Normalized Burn Ratio), integrate con il database Dynamic World, gli autori sono riusciti a ricostruire con elevata precisione l'estensione e la severità dell'evento. Lo studio dimostra come il solo utilizzo dei dati MODIS, caratterizzati da una risoluzione spaziale più grossolana, non fosse sufficiente per individuare correttamente l'incendio. Tale evidenza sottolinea quanto sia indispensabile integrare dati a differente scala spaziale per ottenere sistemi di monitoraggio realmente efficaci. Questa considerazione assume una rilevanza particolare anche nella pianificazione territoriale e nella gestione del rischio. Molti incendi che interessano aree limitate ma caratterizzate da elevata vulnerabilità ambientale, geomorfologica o urbanistica possono non essere adeguatamente rappresentati nei sistemi di monitoraggio a media risoluzione. Ciò significa che la prevenzione non può basarsi esclusivamente sui grandi archivi satellitari globali, ma deve integrare immagini ad alta definizione, rilievi di campo, cartografie tematiche, dati meteorologici e conoscenza diretta del territorio. Dal punto di vista della pianificazione ambientale emerge quindi un messaggio estremamente chiaro: gli incendi boschivi devono essere interpretati come fenomeni territoriali complessi, strettamente legati all'evoluzione della copertura vegetale, alle variazioni climatiche, all'abbandono delle aree rurali, alla gestione forestale e alle modificazioni dell'uso del suolo. Il semplice intervento durante l'emergenza rappresenta soltanto l'ultima fase di un processo molto più articolato. Per i geologi, i pianificatori territoriali, i tecnici forestali e tutti coloro che operano nella gestione del territorio, questi risultati confermano l'importanza di strumenti di osservazione sempre più evoluti. Il telerilevamento satellitare, integrato con analisi statistiche avanzate e dati climatici, costituisce oggi uno dei principali supporti scientifici per costruire strategie di prevenzione realmente efficaci, individuare le aree maggiormente vulnerabili e orientare le politiche di gestione del patrimonio forestale. 
In definitiva, la vera sfida non consiste soltanto nello spegnere gli incendi, ma nel comprendere le trasformazioni che rendono il territorio sempre più predisposto a bruciare. Solo attraverso una conoscenza approfondita dell'evoluzione del paesaggio, supportata da dati scientifici e tecnologie di osservazione sempre più sofisticate, sarà possibile sviluppare modelli di prevenzione capaci di ridurre in modo significativo il rischio futuro, tutelando il patrimonio ambientale, la biodiversità e la sicurezza delle comunità.

Riferimento bibliografico

Dadkhah H., Rana D., Ghaderpour E., Mazzanti P. (2025). Analyzing wildfire patterns and climate interactions in Campania, Italy: A multi-sensor remote sensing study. Ecological Informatics, Volume 90, 103249.

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