LA PERCEZIONE DEL RISCHIO SISMICO IN ITALIA

L'analisi condotta dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) all'interno dell'indagine Risk Perception and Communication (Luglio 2025) restituisce una fotografia netta e per molti versi preoccupante della società italiana di fronte alla vulnerabilità geologica. I dati raccolti su un campione statistico nazionale di oltre 4.000 persone evidenziano come la percezione della pericolosità sismica sia profondamente sottostimata nel Paese, tracciando un solco profondo tra il rischio oggettivo calcolato dai modelli scientifici e la reale consapevolezza di chi abita il territorio. Il territorio italiano è storicamente e strutturalmente esposto a una sismicità elevata, figlia di un assetto geodinamico complesso e attivo. Ciononostante, l'indagine mette in luce un dato emblematico: nelle zone sismiche classificate a maggiore pericolosità, aree in cui risiede circa il 41,3% della popolazione nazionale, appena sei cittadini su cento possiedono una percezione adeguata del pericolo reale che insiste sotto i loro piedi. Questo scollamento tra la gravità del contesto fisico e la percezione psicologica e sociale rappresenta uno dei nodi più critici da sciogliere per chiunque si occupi di pianificazione territoriale, ingegneria e sicurezza civile. Un'analisi approfondita delle modalità con cui i cittadini si informano sui temi legati ai terremoti spiega in parte questa distorsione percettiva. Sul totale degli intervistati nell'ambito della ricerca INGV, appena il 6% dichiara di sentirsi bene informato riguardo al rischio sismico, mentre un ulteriore 33% si definisce abbastanza informato. Di contro, la maggioranza assoluta si divide tra chi ammette un livello di conoscenza superficiale (38%) e chi dichiara di non esserlo affatto (23%). Il sistema attraverso cui transita il flusso informativo mostra dinamiche ben precise. Il medium largamente prevalente resta la televisione, scelta dal 37% del campione, seguita dalla stampa quotidiana e periodica al 22% e dal web al 21%. I presidi istituzionali e scientifici di riferimento primario — come il Dipartimento della Protezione Civile (7%), gli enti di ricerca e le università (2%) o i libri (4%) — occupano quote minoritarie nella fruizione quotidiana del cittadino, analogamente ai canali di prossimità come le amministrazioni locali (4%) o le reti informali di amici, familiari e associazioni (3%).


Questa geografia dei flussi informativi evidenzia una criticità strutturale: la conoscenza scientifica rigorosa fatica a diventare patrimonio comune. Spesso la comunicazione legata ai terremoti si concentra nei momenti immediatamente successivi a un evento calamitoso, trasformandosi in cronaca d'emergenza anziché in un percorso di alfabetizzazione continua e preventiva.
Il dato forse più significativo che emerge dall'indagine riguarda la traduzione del sapere in prassi operativa. Meno del 5% degli intervistati dichiara di aver preso parte personalmente a iniziative concrete per la riduzione del rischio sismico. Questo indicatore svela il vero limite dell'attuale approccio culturale alla sicurezza: la mitigazione del rischio è percepita prevalentemente come un'entità astratta o come una responsabilità delegata ad altri, piuttosto che come un processo collettivo e individuale che richiede il coinvolgimento attivo dei proprietari di immobili, dei professionisti e della comunità civile. La tendenza a normalizzare il rischio nei periodi inter-sismici — ovvero quegli intervalli temporali, anche lunghi, in cui la terra non manifesta eventi di forte energia — porta a ritenere che l'assenza di scosse corrisponda all'assenza di pericolo. In ambito geotecnico e geologico si osserva quotidianamente come questa miopia si rifletta sul patrimonio edilizio privato, dove gli interventi di miglioramento o adeguamento sismico vengono spesso visti come un onere burocratico ed economico straordinario anziché come l'investimento primario per la tutela della vita umana e del valore patrimoniale degli immobili. I risultati dell'indagine INGV offrono una bussola preziosa per orientare le future strategie di comunicazione e divulgazione scientifica. Non è sufficiente produrre mappe di pericolosità o studi di microzonazione sismica tecnicamente impeccabili se questi restano confinati negli archivi accademici o negli uffici tecnici.
La sfida culturale che attende il Paese consiste nel colmare la distanza tra il dato geologico e la percezione sociale, trasformando la paura atavica dell'evento sismico in consapevolezza tecnica e civile. Promuovere una cultura della prevenzione significa abituare il cittadino a leggere il territorio con gli occhi della scienza, a comprendere la vulnerabilità strutturale del proprio spazio di vita e a considerare la sicurezza sismica non un evento fortuito, ma il risultato di una pianificazione rigorosa e di una responsabilità condivisa.

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