I DISASTRI NON SONO NATURALI: COMPRENDERE IL RISCHIO PER COSTRUIRE TERRITORI PIÙ SICURI

Ogni volta che un terremoto scuote una città, un fiume esonda o una frana travolge una strada, la cronaca parla quasi sempre di "disastro naturale". È un'espressione ormai radicata nel linguaggio comune, ma che, dal punto di vista scientifico, merita una riflessione più approfondita. Negli ultimi anni, la comunità internazionale, attraverso l'United Nations Office for Disaster Risk Reduction (UNDRR), ha promosso un importante cambiamento culturale sintetizzato in un'affermazione tanto semplice quanto significativa: 

"I disastri non sono naturali."

Questa espressione, tuttavia, può essere facilmente fraintesa se isolata dal suo contesto. Non significa affatto negare che terremoti, alluvioni, frane, eruzioni vulcaniche o cicloni siano fenomeni naturali. Al contrario, riconosce pienamente la loro origine naturale, ma sottolinea che il disastro è qualcosa di diverso dal fenomeno che lo genera. La distinzione non è solo terminologica: rappresenta uno dei principi fondamentali della moderna gestione del rischio.  Il pericolo è naturale, il disastro è il risultato dell'interazione con il territorio La Terra è un pianeta dinamico. Le placche tettoniche continuano a muoversi, i versanti evolvono nel tempo, i fiumi modificano il proprio equilibrio e l'atmosfera produce eventi meteorologici anche estremi. Questi processi esistevano molto prima della comparsa dell'uomo e continueranno a esistere indipendentemente dalla nostra presenza. Un terremoto che interessa una regione disabitata resta un evento geologico. Una frana che si sviluppa lungo un versante privo di infrastrutture è un fenomeno geomorfologico. Una piena che si espande naturalmente in una piana alluvionale non costituisce necessariamente una calamità. Il disastro si verifica quando questi fenomeni interessano persone, edifici, infrastrutture, attività economiche e servizi essenziali, provocando perdite umane, danni materiali, impatti ambientali e gravi ripercussioni sociali. Come chiarisce l'UNDRR, il disastro è la conseguenza dell'interazione tra un pericolo, gli elementi esposti, la loro vulnerabilità e la capacità della comunità di affrontarne gli effetti.


Nella pratica tecnica, il rischio viene spesso rappresentato come la  combinazione dei tre fattori:

Rischio = Pericolo × Esposizione × Vulnerabilità

Si tratta di un modello concettuale largamente utilizzato nella divulgazione e nella pianificazione, utile per comprendere come nessuno di questi elementi, da solo, sia sufficiente a generare un disastro. Il pericolo descrive la probabilità che un determinato fenomeno possa verificarsi con una certa intensità in uno specifico territorio. L'esposizione rappresenta tutto ciò che potrebbe essere coinvolto dall'evento: popolazione, edifici, scuole, ospedali, infrastrutture strategiche, attività produttive e beni culturali. La vulnerabilità misura invece la predisposizione di questi elementi a subire danni. A questi fattori, la moderna letteratura internazionale affianca la capacità di risposta delle comunità, cioè l'insieme delle risorse, dell'organizzazione, della preparazione e della resilienza disponibili per affrontare l'emergenza e favorire il ritorno alla normalità. È proprio l'interazione tra questi elementi che determina la gravità delle conseguenze. Uno degli equivoci più frequenti consiste nel ritenere che prevenzione significhi impedire il verificarsi degli eventi naturali. Nessuna tecnologia oggi disponibile può impedire un terremoto o arrestare un'eruzione vulcanica. Allo stesso tempo, però, numerosi interventi consentono di ridurre significativamente gli effetti che tali fenomeni possono produrre sulla popolazione. Le Norme Tecniche per le Costruzioni consentono di progettare edifici più sicuri nei confronti dell'azione sismica. Le opere di sistemazione idraulica e di consolidamento dei versanti contribuiscono a mitigare specifiche condizioni di pericolosità. Il monitoraggio, i sistemi di allertamento, la manutenzione del territorio e la conoscenza diffusa dei rischi aumentano la capacità delle comunità di affrontare gli eventi. In altre parole, non sempre possiamo modificare il fenomeno naturale, ma possiamo certamente modificare il modo in cui esso interagisce con il territorio e con la società. La posizione geografica e la storia geologica rendono il nostro Paese particolarmente esposto ai principali rischi naturali europei. Sismicità, vulcanismo, instabilità dei versanti, fenomeni alluvionali ed erosione costiera costituiscono componenti permanenti del territorio italiano. Secondo l'ISPRA, oltre il 94% dei comuni italiani presenta aree classificate a pericolosità per frane e/o alluvioni. Si tratta di un dato che evidenzia come la gestione del rischio non riguardi soltanto le aree storicamente colpite dalle calamità, ma rappresenti una responsabilità diffusa che coinvolge amministrazioni, tecnici, professionisti e cittadini. Conoscere il territorio significa comprenderne i limiti, ma anche le potenzialità. Ogni scelta urbanistica, ogni progetto infrastrutturale e ogni intervento di trasformazione dovrebbe partire proprio da questa consapevolezza. L'esperienza maturata nell'analisi degli eventi calamitosi dimostra che le conseguenze più gravi non dipendono esclusivamente dall'intensità del fenomeno, ma anche dal livello di preparazione del territorio. La conoscenza geologica, gli studi di microzonazione sismica, la pianificazione di bacino, le carte di pericolosità, i piani comunali di protezione civile, il monitoraggio e la manutenzione rappresentano strumenti complementari che concorrono a costruire comunità più resilienti. La riduzione del rischio non è affidata a un singolo intervento, ma è il risultato di un processo continuo che coinvolge ricerca scientifica, pianificazione, progettazione, amministrazione pubblica e partecipazione dei cittadini. Per questo motivo, la moderna gestione del rischio richiede competenze multidisciplinari e una visione integrata del territorio, nella quale geologia, ingegneria, urbanistica, idrologia e protezione civile dialogano costantemente. La frase dell'UNDRR non invita a "dare la colpa all'uomo" per ogni calamità, né pretende di affermare che ogni disastro sia evitabile. Ricorda, piuttosto, che gli eventi naturali sono inevitabili, mentre molte delle loro conseguenze possono essere ridotte attraverso la conoscenza, la pianificazione e la prevenzione. Accettare che il territorio sia dinamico non significa subirlo passivamente, ma imparare a conoscerlo e a governarlo con strumenti scientifici e scelte consapevoli. In questo senso, la vera sfida non consiste nel combattere la natura, ma nel costruire territori capaci di convivere con essa, riducendo progressivamente la vulnerabilità e aumentando la resilienza delle comunità. È questo il significato più autentico del principio promosso dall'UNDRR: il fenomeno naturale appartiene alla Terra; il disastro dipende anche dalle decisioni che prendiamo prima che quel fenomeno si manifesti.

 

Fonti ufficiali:

  • United Nations Office for Disaster Risk Reduction (UNDRR) – Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015–2030 e Terminology on Disaster Risk Reduction.
  • U.S. Geological Survey (USGS) – Hazard, Exposure, Vulnerability and Risk.
  • Dipartimento della Protezione Civile – Attività di previsione e prevenzione dei rischi.
  • ISPRA – Rapporto sul Dissesto Idrogeologico in Italia.
  • Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) – Pericolosità sismica e conoscenza del rischio.

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