ALLARME CAMPANIA: IL CEMENTO DIVORA IL SUOLO E ACCELERA IL DISSESTO
Nel corso del 2024, il consumo di suolo in Italia ha
continuato la sua corsa toccando la quota di 83,7 chilometri quadrati all'anno,
un ritmo frenetico che mette a rischio soprattutto le aree più fragili del
Paese come la Campania. Secondo gli ultimi dati del Rapporto ISPRA, la
sostituzione dei terreni naturali con superfici artificiali ha superato la
soglia critica del 7% a livello nazionale, privando il territorio della sua
naturale capacità di assorbire l'acqua piovana. Questa trasformazione sta
avvenendo con particolare intensità nelle zone periurbane e nei fondovalle
campani, territori già storicamente segnati da gravi criticità idrauliche e
idrogeologiche che oggi si trovano a fare i conti con un bilancio ambientale
drammatico.
La progressiva perdita di suolo naturale cancella funzioni vitali come l'infiltrazione e la regolazione idrica, trasformando la pioggia da risorsa a minaccia immediata per la sicurezza dei cittadini. Un terreno sano è in grado di trattenere enormi volumi d'acqua, ma quando viene asfaltato il coefficiente di infiltrazione si azzera del tutto, moltiplicando la velocità e il volume del deflusso superficiale. Questo fenomeno sovraccarica istantaneamente le reti di drenaggio urbano e i canali minori, provocando allagamenti sempre più frequenti proprio in quelle aree collinari e vallive che caratterizzano l'Irpinia, il Sannio e la Valle Caudina. L'eterogeneità geologica della Campania, dove si stratificano depositi vulcanici, alluvionali e argillosi, amplifica gli effetti devastanti della cementificazione selvaggia sui versanti montuosi e costieri. Nelle zone del napoletano, tra i Campi Flegrei, il Vesuvio e l'isola d'Ischia, la minore ricarica delle falde acquifere si accompagna a un pericoloso aumento dell'instabilità dei terreni limoso-argillosi. Quando i suoli perdono la capacità di drenare l'acqua in eccesso, la saturazione superficiale accelera i fenomeni di frana, dimostrando come ogni nuovo cantiere possa alterare irrimediabilmente il delicato equilibrio idrologico locale. Per invertire questa rotta e mitigare un danno economico nazionale stimato tra gli 8,6 e i 10,6 miliardi di euro all'anno, diventa fondamentale ripensare la pianificazione urbanistica regionale. Ogni futuro intervento edilizio dovrà essere valutato con rigore in base al suo impatto sul bilancio idrico, bloccando i progetti incompatibili con i vincoli di rischio esistenti. La sfida si sposta ora sull'adozione di Sistemi di Drenaggio Urbano Sostenibile e su tecniche innovative di gestione delle acque meteoriche, unici strumenti in grado di restituire permeabilità alle città e proteggere un territorio straordinario ma strutturalmente indifeso.

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